EDOARDO BENNATO, I buoni e i cattivi (1974)

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Prendere, per esempio, i due estremi della tracklist: l’iniziale “Ma che bella città” e la conclusiva “Salviamo il salvabile”. C’è una sottile ferocia, nel testo come nell’esecuzione. Una ferocia vera, anche perché accentuata da un isterismo di fondo che è autentico, non una posa per dire: “Io sì che sono feroce“.

Ecco, forse questa ferocia vera, che sarebbe importante, oggi nella musica italiana si sente un po’ troppo poco.

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