JACKSON BROWNE, Hold Out (1980)

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Non è detto che si debbano ascoltare sempre e soltanto dischi ottimi o dischi-capolavoro. In certe giornate anche un cd “minore”, però di un “grande”, ci può stare.

E’ il caso di questo Hold Out, che ha avuto l’ingrato compito di seguire Running On Empty. Ed è sempre difficile, dopo un grande album, realizzare un’opera altrettanto degna.

Comunque – è una chicca – nel dischetto in parola si può ascoltare l’iniziale Disco Apocalypse che, come dice il titolo, risente nell’arrangiamento della “disco,” genere così in voga alla fine dei Seventies e inizio degli Eighties. La dolce Call It A Loan, con la sua memorabile intro di chitarra, vale da sola il prezzo del disco. Chiude la pimpante Hold On Hold Out. Dal vivo (me lo ricordo bene: il secondo live visto in vita mia) faceva sfracelli.

Poi Browne discograficamente e umanamente l’ho perso di vista, salvo ritrovarlo anni dopo in un concerto unplugged a Roma molto bello (potevano esserci dubbi a riguardo?).

FRANCESCO GUCCINI, Metropolis (1981)

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E sono arrivati gli anni Ottanta. Degli orizzonti e aspettative della decade appena scorsa è rimasto ben poco. Esce questa raccolta di canzoni incentrata – un quasi concept – sulle metropoli. Si apre con la Storia con la “s” maiuscola, Bisanzio, urbe dalla molte vite, che è fondamentalmente la storia, più piccola ma non meno intensa, di un dubbio e di un non capire del protagonista del brano, temi cari al Nostro.

“Venezia” è scritta a più mani (ci sono anche quelle di Alloisio e Biggi), ma è comunque nel dna del cantautore. D’altronde lui “modenese volgare”, così si descriverà in “Bologna”, come avrebbe potuto da solo dire di una città che è un mistero in terra? Di una urbanità ridotta a negozio di souvenir, come quello rappresentato in copertina, sfondo di una tragedia,  Stefania che muore, parallela a quella che sembra permeare da sempre quell’intrico di calli e canali?

Non c’è nulla da fare, poi, per chi ascolta: per capire a fondo canzoni come “Venezia”, “Bologna”, “Milano (poveri bimbi di)”, bisogna esserci stati in quelle città, averci vissuto, respiratone gli odori, visto, per “Venezia”, non solo le gondole e i flash dei turisti, ma anche “il fumo e la rabbia di Porto Marghera”.

Canzoni, queste, piene di versi memorabili.

Purtroppo la registrazione è di un piatto pauroso (in Italia, in quegli anni, la si realizzava così), e sminuisce brani che di fascino ne avrebbero da vendere.

> Editoriale > Come uno scrigno

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Una sessantina di dischi finora in questo blog. Diventeranno molti di più.

In alto nella pagina, sulla sinistra, c’è la funzione “cerca”. Digitando il nome del vostro cantante, del vostro gruppo o del vostro brano preferito, potreste già trovarli. Se ancora non ci sono, ed è roba di valore, prima o poi ce li troverete di sicuro.

Mi piace pensare a questo blog come ad uno scrigno pieno di cose preziose, ma aperto a tutti, per la curiosità di tutti, nella speranza che tutti ci trovino qualcosa di loro interesse.

Perché è per quei tutti che qui si scrive.

Io, i dischi in questione, ce li ho già.

DAVID SYLVIAN, Secrets Of The Beehive (1987)

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E’ molto difficile parlare di un disco perfetto. L’iniziale September ci fa subito capire che ci aggiriamo in territori di inusuale bellezza. La voce baritonale di David Sylvian ci culla in queste “canzoni” (il virgolettato è d’obbligo) ammantate da sonorità acustiche ricercatissime, eppure sempre avvincenti. “Orpheus” è fra i brani più memorabili che abbia mai sentito in vita mia, una composizione dal fascino tremendo, con tanto di “mistica” pausa centrale e assolo di flicorno. Ma è la melodia, che ti avviluppa in spire sempre più dolci, a regnare incontrastata. E poi c’è il piano di Ryuichi Sakamoto a donare classe ad ogni battuta musicale.

Nella copia in mio possesso, come bonus track, appare la celeberrima “Forbidden Colours”, un viaggio di sei minuti nel sublime. In altre compare “Promise (The Cult of Eurydice)”.

Un disco che deve fare bella mostra di sè in ogni CD-teca che si rispetti.

P.S. Adattissimo a questa piovosa mattinata di fine settembre.

VERONICA MARCHI, La Guarigione (2012)

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Il termine greco katarsi si traduce come “purificazione”. Sicuramente catartico è il terzo disco della cantautrice veronese. In primis per l’autrice: le 9 tracce (più una splendida ghost track) riflettono, nella minimalità degli arrangiamenti, sempre molto curati, l’esigenza di una liberazione interiore da quanto non è essenziale, o è un’inutile distrazione, in musica come nella vita.

Se il primo cd (Veronica Marchi) era il riepilogo delle esperienze compositive maturate nell’arco di una carriera iniziata in giovanissima età e, al di là delle belle canzoni contenute, poteva “suonare” anche meglio, mentre il secondo lavoro (L’acqua del mare non si può bere) era fin troppo levigato ed articolato nei suoni per un’artista che nella semplicità e nel rigore trova il suo punto di forza (la si veda in concerto), qui il paesaggio sonico, fornito in presa diretta dai suoi abituali accompagnatori dal vivo (Maddalena Fasoli e Andrea Faccioli, con l’aggiunta di Nelide Bandello alle percussioni), risponde esattamente al carattere, non solo musicale, della Nostra. Più che il disco della “maturità” – la ragazza è ancora giovane e ne ha da dire… -, questo full lenght lo si può considerare, allora, il suo “primo” disco.

Canzone gioello? La suggestiva “Tempo”, costrutto armonico e arrangiamento perfetti.

Da ascoltare tornati da una dura giornata di lavoro, come è capitato a chi scrive.

C’è bisogno di purificazione.

THE BAND, Music From Big Pink (1968)

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L’America è un paese difficile da capire per noi europei. E’ troppo vasto, troppo vario, troppo giovane, troppo avanti, troppo di tutto.

Se fate ascoltare un disco della Band a una persona qualunque del Vecchio Continente faticherà sempre un po’ a sintonizzarsi. Perché la Band è l’America, è tutta la sua sterminata tradizione musicale condensata in canzoni che ricordano i suoi paesaggi urbani e soprattutto rurali, i suoi fiumi, i suoi laghi, le distese di grano, le highways che si perdono nella notte, quelle che il gruppo ha girato in lungo e in largo con quel filisteo di Ronnie Hawkins prima (all’epoca erano gli Hawks di Ronnie Hawkins) e col poeta rock Dylan poi. Erano la sua band, per cui poi sono diventati la Band, per eccellenza.

Musicisti con un talento enorme sul piano strumentale, per questo primo lavoro incidono alcune canzoni elaborate in quella cantina di Woodstock da cui scatureranno i fenomenali Basement Tapes, tra cui brani che si avvalgono della penna del Grande Menestrello: quando in un disco hai pezzi come Tears Of Rage (parole che escono dall’anima), This Wheels On Fire e I Shall Be Released (del solo Dylan), hai già per le mani un capolavoro. Già, I Shall Be Released, ed è impossibile non commuoversi riascoltando la sofferta voce di Richard Manuel e pensando alla sua triste fine. Ma anche i pezzi della Band fanno bella mostra di sé, su tutti The Weight, un superclassico indimenticabile (signori batteristi, ascoltate come accompagna Levon Helm alla batteria…). Magnifica la ripresa del traditional Long Black Veil.

Ecco, questa è l’America. Può piacere o non piacere, la si ama o la si odia, non ci sono le mezze misure.

Perché nel Paese a Stelle & Strisce le mezze misure non esistono.

KULA SHAKER, K, (1996)

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Fin dai tempi dell’incontro tra George Harrison (il Beatle spirituale) e Ravi Shankar, maestro del sitar (e padre di Norah Jones, per inciso) la musica indiana, che amo moltissimo, ha esercitato il suo sottile fascino su quella occidentale di stampo rock e pop.

Nei turbolenti e vitalissimi anni ’90 i Kula Shaker ripropongono sonorità Sixties con aromi che provengono dalle rive del Gange, suonati con convinzione ed energia. Certo l’operazione non ha la levatura culturale di Shakti (il progetto di John Mc Laughlin e l’album omonimo: nel blog prima o poi arriva….), ma il disco è ugualmente godibilissimo. Perdiamoci pure, allora, nelle fascinazioni di “Govinda”, “Tattwa”…

FRANCESCO GUCCINI & I NOMADI, Album Concerto (1979)

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Raramente in questo blog scrivo di dischi registrati dal vivo, perché trovo sempre più stimolante analizzare i lavori realizzati in studio, le magie che lì accadono, che fanno sì che la canzone, per così dire, si fissi a uso e consumo dell’ascoltatore. Nella dimensione del concerto le canzoni mutano, assumono sfumature diverse e ci fanno capire che hanno una vita loro, autonoma rispetto a come se le ricorda il pubblico, ma anche rispetto a chi le ha scritte e le interpreta sul palco.

Trattandosi qui di passare in rapida rassegna i dischi del Guccio, non potevo tralasciare questo disco, per la dimensione storica che ha acquistato nel corso del tempo, trattandosi del connubio fra il cantautore e il suo gruppo “di riferimento”.

E’ sempre un piacere riascoltare l’ugola d’acciaio di Augusto Daolio, una delle voci più personali della scena italiana. Peccato che chi ha mixato il disco l’abbia tenuta di un mezzo dB più bassa di quella di Francesco.

Godibilissimo il sound, in particolare il basso elettrico. Tra gli arrangiamenti funziona molto bene quello elaborato per “Canzone del bambino nel vento (Auschwitz)”. Ascoltandola, per una sorta di allucinazione, mi sono domandato come l’avrebbero suonata i Pink Floyd nella versione “allargata” che compare in “Pulse”. Chissà, peccato che certe cose si possano solo immaginare. Però… una telefonata a David Gilmour… potrebbe farci anche un pensierino… tradotta in inglese…

LEONARD COHEN, Old Ideas (2012)

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Fuori diluvia. Con questo tempo, e di questi tempi, Cohen ci sta tutto. Anche perché nell’album in questione, che giunge dopo un paio di dischi dal vivo, gli arrangiamenti sono finalmente quelli giusti, e le canzoni, se possibile, rifulgono ancor più. E poi… ma come è bello farsi cullare dalla quella sua voce, scura come la notte!

A Verona, in Arena, ha fatto un grande concerto. Devo ancora leggere le recensioni. Comunque, se non sei mai stato ad un suo live, ti perdi un’esperienza assolutamente da fare. Lui incarna l’eleganza, e oggi non sono in molti che possono rivendicarla a ragione.
Quando ci lascerà, perché verrà anche il suo momento, il mondo sarà un posto molto più triste in cui vivere. E pensare che dicevano che quello triste era lui…

Disco da avere assolutamente, uno dei suoi lavori migliori.

P.S.  Ho avuto la fortunata occasione di stringergli la mano il giorno prima del concerto.  Lui t’infonde – come dire? – serenità.

TRACY CHAPMAN, Tracy Chapman (1988)

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Uno dei migliori esordi discografici di tutti i tempi. Trainato dall’ipnotica Fast Car (canzoni che si ricordano, eh?), impose all’attenzione del mondo questa giovane cantautrice, dalla vocalità quanto mai emotiva ed emozionante. Belle le canzoni sì, ma il segreto del durevole successo di questo album risiede anche nell’efficacissima produzione di David Kershenbaum, brillante ed essenziale. Da ricordare il potente suono del rullante della batteria che caratterizza il sound del disco. Inutile quasi ricordare i brani, li avete ascoltati un po’ tutti (il disco vendette in quantità spaventose), che si dividono fra sociale e personale. Doveroso, però, un accenno alla dolorosa Behind The Wall, una performance per sola voce, in difesa delle donne vittime delle violenze domestiche.