U2, Rattle And Hum (1988)

U2r&h

L.A.merica

Androgina, liquida, allegra

Greve
Facile & insulsa
Carica d/parole
Anima ipotecata
Predicatori vaganti, & Vagabondi del Delta

Vagoni-merci del paradiso

Tramonto sul Nilo a New Orleans

(J. MORRISON)

da un americano/irlandese ad altri irlandesi…

“here we are, the irish in america…”

eccoli, sono arrivati, dalla povera isola nel grande paese, una terra talmente vasta che noi europei non possiamo proprio com-prendere, nel senso letterale del termine

il lamento di van diemen’s land, reminiscenza del tradizionale the water is wide (però questo chitarrista canta anche bene…)

desire, il jungle beat di bo diddly

hawkmoon 268, l’organo hammond suonato da dylan, omaggiato nella sua all along the watchtower (tre accordi e la verità, come canta il cantante), che, non contento, scrive a quattro mani con bono love rescue me

i still haven’t found what i’m looking for (belli i titoli lunghi, eh?), che è ancora più emozionante nel film, in quell’aula in b/n

sì, perché questa è la colonna sonora di un film

gigantesco, hollywoodiano, un progetto che in realtà è sfuggito di mano al gruppo, ma che a distanza di anni – e non lo credevo – regala ancora emozioni

anche perché queste canzoni, per paradosso, sono diventate così famose da essere diventate per forza belle

e via con billie “angel of harlem” holiday

silver and gold, heartland, quanto sono fantastici gli U2 quando fanno gli U2!

god parte seconda, l’omaggio a lennon che scrisse il primo capitolo su Dio

all i want is you, tutto quello che voglio sei tu

— all i want is you2—

titoli di coda (là fuori è ancora america)

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DEAD MAN WATCHING, Dead Man Watching (2007)

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Sono il fortunato possessore della copia siglata “27/50” dell’EP d’esordio dei Dead Man Watching, band veronese che fa capo a Mario Vallenari, titolare anche di un progetto solista a nome John Mario.
Qui l’idioma scelto è quello anglosassone, reso particolarmente gradevole dalla bella voce e pronuncia del leader.

Atmosfere elettro-acustiche-alternative incantate.

Potreste innamorarvene (dovrebbe esserci un video o due su YouTube…), ed ambire ad avere la vostra copia, sempre che ne sia rimasta ancora qualcuna.

PEARL JAM, Yeld (1998)

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Forse non tutto è memorabile in questo cd, ma quando hai canzoni come Given To Fly, Wishlist (capolavoro!), Low Light o In Hiding è poi un problema?

“Vorrei essere un messaggero, e che tutte le notizie fossero buone”, canta Eddie Vedder.

Come vorrei esserlo anch’io…

OASIS, Dig Out Your Soul (2008)

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L’ultimo lavoro del gruppo più derivativo della Storia del Rock. Che però ci ha dato tanto.

Lo ascoltavo oggi e pensavo: “Senti che bel suono naturale, che bell’ambiente…”.
Poi leggo i credits e vedo che l’hanno registrato ad Abbey Road. Ecco perché quel suono mi era così familiare…

LENNY KRAVITZ, Black And White America (2011)

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Oh, finalmente Lenny si è ricordato di fare la musica come la sa fare…

Compendio di tutto ciò che è black music, consigliato anche a chi non ama il genere.

Idee a profusione, soluzioni di arrangiamento che strappano l’applauso, sound perfetto (il basso! strepitoso!).

Seventies a tutto spiano, ma suona freschissimo.

Il suo disco migliore dai tempi di Circus (1995).

FABRIZIO DE ANDRE’, Le nuvole (1990)

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“Le Nuvole, per l’aristocratico Aristofane, erano quei cattivi consiglieri, che secondo lui, insegnavano ai giovani a contestare (…) le mie Nuvole sono invece da intendersi come quei personaggi ingombranti e incombenti della nostra vita sociale, politica ed economica; sono tutti coloro che hanno terrore del nuovo perché il nuovo potrebbe sovvertire le loro posizioni di potere. Nella seconda parte dell’album, si muove il popolo, che quelle Nuvole subisce senza dare peraltro nessun evidente segno di protesta” FABRIZIO DE ANDRE’, da G. SUSANNA, Stormy Weather, in LUIGI RIVA, Non per un dio ma nemmeno per gioco – Vita di Fabrizio De André (2000)

“Adesso non c’è nessun tipo di risposta unitaria da parte di chi subisce il potere, nessuna protesta come accadeva anni addietro. Il popolo non si esprime più in maniera collettiva e la sua protesta è come un coro di cicale” FABRIZIO DE ANDRE’ in  LUIGI RIVA, Non per un dio ma nemmeno per gioco – Vita di Fabrizio De André (2000)

Il disco esce all’alba degli anni Novanta, decade turbolenta – e chi vi vuole vedere un presagio ce lo può, forse non a torto, vedere – ma le parole del cantautore genovese mi suonano abbastanza attuali, forse ora più di allora…

Una mia ex all’epoca della pubblicazione aveva questo album in cassetta, e l’ho ascoltato per la prima volta lì. La foto delle nuvole nella copertina della cassetta, come nell’LP, era un curioso ologramma, scomparso nell’edizione in CD.

Stanotte riascolterò questo disco, pensando soprattutto a questo: che difficilmente opere così, di questo livello, vedranno ancora la luce.

FABRIZIO DE ANDRE’, Creuza de ma – Il concerto 1984 (2012)

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Dal tour dell’ ’84, il concerto tenutosi a Nuoro e, ultime tracce, quello di Chiavari. Purtroppo la registrazione di Nuoro è un left-right dal mixer, di qualità quindi appena discreta, mentre le canzoni riprese a Chiavari sono state registrate con mezzi ancor più di fortuna (è divertente sentire i commenti del pubblico ad alta voce; un bootleg, insomma). Peccato perché i magnifici colori mediterranei dei brani di Creuza de ma avrebbero richiesto, per essere apprezzati come si deve, il missaggio stereofonico.

Direi acquisto solo per “completisti”, ovvero gli affetti da quella orribile malattia che impone loro di avere tutto di un artista. Purtroppo il morbo mi attanaglia (e, peraltro, a riscoprire De André in questi giorni mi diverto un mondo!).

U2, The Joshua Tree (1987)

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una delle poche immagini nitide che conservo nella memoria è la visione di me stesso davanti alla vetrina di un negozio di dischi, che guardo incantato la copertina di questo album, era appena uscito

l’avevo aspettato per tanto tempo e mi chiedevo
“chissà come sarà…”

i still haven’t found what i’m looking for ha suoni che sembrano non appartenere al pianeta terra

one tree hill ha suoni che esistono solo in questo pianeta

exit, dura come l’acciaio

non li ringrazieremo mai abbastanza per la sotterranea sensualità di with or without you

e il cantante non ha mai cantato – e non canterà mai più – in modo così limpido

ho riascoltato questo disco per cinquanta minuti e dodici secondi in piedi, come mi capitava di stare da bambino, quando entravo in chiesa e non c’era più posto

se esiste Dio, è nel suo paese che suonano gli U2

CHIARA IERI’ E ANDREA BARSALI, Mezzanota (2013)

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Chiara Jerì scrive e canta con l’anima in mano, Andrea Barsali suona la chitarra con il cuore nelle dita. Il progetto “Mezzanota” è tutto – è poco? – qui.

Ci vuole un coraggio da leoni per affrontare “La donna cannone” di Francesco De Gregori, canzone dalla melodia a dir poco impervia, ma la Nostra ha i mezzi necessari e, soprattutto, non ha paura di nulla, ché la Passione è la guida migliore.

La maggior parte dei brani sono a firma, per quanto riguarda i testi, della stessa Chiara, mentre le musiche sono appannaggio di Maurizio Di Tollo, ottimo strumentista e, di recente, anche titolare di un suo progetto come cantautore, di cui scriveremo. Ho un debole particolare per “Malincuore”, già presente nel disco d”esordio di Chiara (Mobile Identità), opera del solo Maurizio, qui riproposta con la consueta verve. Di Maurizio pure la toccante “Amore mio, hai ragione”.

Il cd contiene anche “Notturno dalle parole scomposte”, brano vincitore del concorso “Un notturno per Faber”, organizzato dalla Fondazione De André, “Canzone seconda”, scritta da Pippo Pollina, e “Fino all’ultimo minuto” di Piero Ciampi.

Chiaro che, per la radicalità della proposta (un disco solo voce e chitarra classica), non è un lavoro per il gusto di tutti (anche se dovrebbe esserlo…).

Da ascoltare rigorosamente di notte, possibilmente fonda, per perdersi in note, parole, silenzi.

FABRIZIO DE ANDRE’, Creuza de ma (1984)

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“Ho voluto fare questo disco per molti motivi. Fondamentalmente, ne avevo fin sopra i capelli di sentire parlare di idioma mediterraneo. Sono almeno quindici anni che si usa il termine ‘musica mediterranea’, e io dico: ‘Ma dov’è questa musica mediterranea, voglio proprio ascoltarla!…’. E allora ho voluto farlo io, questo disco. Ci ho messo cuore ed impegno, e credo di aver dato una gran pedata a una porta chiusa da secoli sulla musica etnica… E poi una buona volta mi sono scrollato di dosso la musica americana.” (Fabrizio De André, in “Il Lavoro”, 2 marzo 1984, tratto da LUIGI VIVA, Non per un dio ma nemmeno per gioco – Vita di Fabrizio De André, Feltrinelli, 2000).

Il disco che ogni musicista di questo mondo, almeno una volta nella vita, vorrebbe fare.