RUBEN, Spezzacuori – Omaggio a Massimo Bubola (2014)

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Il mio disco tributo. Peraltro, monumentale: 15 canzoni, 63 minuti e 44 secondi di musica e poesia.

All’Autore omaggiato questo lavoro piacque.

Piace anche a me.

Anyway, come dicono gli inglesi, qui alcuni estratti delle recensioni.

 

Esistono dischi che ti conquistano dalla prima nota e non ti lasciano fino alla fine. Poi magari premi play sul lettore ancora una volta, ed una volta ancora e la terza lo metti in loop.  “Spezzacuori”  è uno di questi dischi. DISTORSIONI, Maurizio Galasso

 Ruben è sempre sulla scena, più vivo e più convinto che mai. BRAVONLINE, Gloria Berloso

 Ruben reinterpreta i quindici classici con sincero trasporto. MUSICA&DISCHI, Andrea Direnzo

 L’opera di Ruben ha un duplice effetto: ricordarci quante belle canzoni ha scritto Bubola, ed è un’occasione di riscatto per il protagonista stesso, alcune volte accusato di non aver una voce stabile, ma che qui, forse svincolato da doveri personali, si libera e canta con una sicurezza che effettivamente non gli conoscevamo. MUSICALNEWS, Gianni Della Cioppa

 Il suono è caldo e corposo, la voce espressiva, gli arrangiamenti rispettosi ma non scontati. ROCKERILLA, Alessandro Hellmann

Un disco suonato in maniera impeccabile, un autentico omaggio a Massimo ma anche un bel regalo per gli ascoltatori, che avranno così modo di riascoltare molte canzoni note e altrettante gemme nascoste. Provare per credere. L’ISOLA CHE NON C’ERA, Ricky Barone

Ruben omaggia con sentita passione il canzoniere di Bubola proponendo arrangiamenti ora fedeli agli originali ora decisamente modificati. ROCKGARAGE, Amleto Gramegna

 

 

THE DOORS, L.A. Woman (1971)

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Quando John Densmore comunicò a Jim Morrison nel suo ritiro parigino che il disco stava vendendo benissimo e che la stampa era entusiasta, il Re Lucertola gli disse che, se pubblico e critica avevano apprezzato quell’album, chissà cosa avrebbero pensato di quello che aveva in mente di realizzare.

Non lo sappiamo, non ce n’è stato il tempo.

L.A. Woman, comunque, è un grandissimo canto del cigno.

(Ho il sospetto che il riff funkeggiante della chitarra  del brano d’apertura, The Changeling, sia stato preso a prestito per la dance hit Funky Town dei Lipps Inc.)

LUCIO BATTISTI, Hegel (1994)

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Caro Lucio,

ricordo ancora abbastanza bene quel 1994, l’anno migliore della mia vita (come ricordo il 1993, il peggiore), e questo tuo disco, allora appena pubblicato, in pile, negli scaffali del negozio del mio paese, rimasto invenduto.
Forse, per i nostalgici del Battisti-che-fu, Hegel era troppo. E ti girarono le spalle, non senza fastidio. Immagino la felicità dei tuoi discografici…
Peccato. Si sono persi gioielli come “La bellezza riunita” (con un titolo così, occorre poi scrivere anche la canzone?!) ed “Estetica”, con quegli squarci di melodia inaudita (dai più, appunto).
Il caso ha voluto che fosse il tuo ultimo disco, che le note che sentiamo siano le ultime partorite dalla tua mente, sorgente continua di suoni e umori. Ultimo. Come Hegel, ultimo sforzo del pensiero, limite oltre al quale non sia va se non rovesciando tutto, o dicendo: “tutte panzanate”. Un po’ come dissero di Hegel, e senz’altro si disse dei testi di Panella.
Tu, se fossi andato avanti, avresti scelto ancora nuove strade – così dicevano i bene informati – e ci avresti meravigliato per l’ennesima volta.
Quasi quasi, ora che alla fine ti ho ri-ascoltato tutto, vado a risentirmi “Per una lira” (quanti anni?… caspita, ci sono nato nel 1966!) e ricomincio il viaggio. O, per il momento, ti lascio, sapendo che tornerò presto ad ascoltare.
Ah, guarda sempre con un po’ d’indulgenza ai farfugliamenti “melodici” di questo mestierante (part-time et precario) delle sette note.

Stai bene

 

Ruben