MADELEINE PEYROUX, Careless Love (2004)

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“Canta come Billie Holiday”, mi disse una volta una cantautrice. In effetti, così è.
Nel disco, costituito più che altro da sue interpretazioni di brani di altri autori, spiccano Dance Me To The End Of Love di Leonard Cohen e You’re Gonna Make Me Lonesome When You Go di Bob Dylan, due pesi massimi della canzone. Quest’ultima versione, in particolare, ha il suo bel fascino.

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STONE TEMPLE PILOTS, Purple (1994)

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Meatplow, posta all’inizio, farebbe pensare che in questo secondo album le coordinate non debbano spostarsi più di tanto dall’opera prima, Core, di cui si è già detto in questo blog.

Invece il ventaglio delle opzioni sonore è qui più esteso, vedasi, ad esempio, le percussioni in Vasoline, grande hit, le fascinazioni acustiche di Pretty Penny e le strofe simil jazz-club di Big Empty.

In generale ho apprezzato questo lavoro meno del fulminante esordio, però è un disco che si ascolta volentieri.

Da non perdere Kitchenware & Candybars dove Scott Weiland sfoggia un tono sulle frequenze basse della voce da brivido.

Divertente la ghost track My Second Album, tra easy listening e lounge.

In effetti il secondo album è sempre difficile da realizzare, specie se il primo ha avuto un enorme successo (a meno che il tuo gruppo non si chiami per caso Led Zeppelin…).

 

RUBEN, Da qui non si vedono le stelle (2008)

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Il primo disco interamente prodotto da me, dove io sono per la prima volta “io”. Adottai anche una nuova grafica, che stilisticamente ho conservato, per smarcarmi ulteriormente dai lavori precedenti.

Riporto qui alcune delle numerose recensioni ricevute. Ma – mi sia concessa una nota personale – voglio ricordare soprattutto mio padre, che mi disse: “Mi piace il titolo”. Credo l’unico complimento che abbia mai ricevuto dal mio vecchio per la mia attività artistica e, forse, quello a cui sono legato maggiormente.

 

Dopo un paio di lavori che esponevano il lato intimo e da formale cantautore, ecco finalmente il volto meno malinconico dell’artista veneto. Nonostante il titolo chiami in causa tratteggi poetici, che comunque non mancano, l’approccio stilistico appare sin dalla solida apertura con “Mario” – con quel drumming incavolato e “Storie di fango”, basso e chitarra che duettano – più suonato e meno pensato. Ruben ha smesso i panni del giullare del cuore, per scoprire l’aspetto più rock del suo essere musicista, un passaggio elettrificato, che non altera gli equilibri della sua personalità artistica, ma infonde nuovi colori e ci permette di denudarne nuove prospettive. E affascina sentire la voce che graffia in “Gringo” (autoelogio o autoironia?), con un’irruenza che non ti aspetti, ma che coinvolge. Un rock tricolore, padano verrebbe da dire, visti i tempi, che incalza e brucia storie di provincia o visioni più “alte”, se pensiamo a “Sotto lo stesso cielo (Lettera da Kabul)”, cantata in duetto con la brava Veronica Marchi. Una successione di rime, che ne limita l’espressione lirica, non permette a “Cosa ha in testa la gente” di affondare la lama fino in fondo, cosa che avviene in “La collina degli stivali”, filastrocca che rievoca il primo Angelo Branduardi. E quanti di voi riconoscono il vicino di casa in giacca e cravatta e 24 ore al seguito, protagonista di “Noto Brambilla”? Un bell’organo Hammond e ancora la voce della Marchi splendono nella delicata chiusura di “In luce”, ricamata con dolce pianoforte: una bella ballata, forse il pezzo migliore sin qui scritto da Ruben, cantore di una provincia dove tutto cambia, ma tutto resta uguale (www.rubenrock.com).
(IL MUCCHIO, Gianni Della Cioppa)

Un disco incentrato sull’oscurità, uno dei migliori cd “made in Verona” del 2008, a opera di un cantautore che ha raggiunto un proprio stile. Da qui non si vedono le stelle è il terzo disco di Ruben (all’anagrafe di Legnago: Pierfrancesco Coppolella), in concerto stasera alle 18 al bar Thomas di Cerea, accompagnato da Carmelo Leotta (già contrabbassista di Eugenio Finardi e Massimo Bubola) e dal chitarrista “Dirty” Lorenz.
“Il mio è un disco incentrato sul tema dell’oscurità”, ci spiega Ruben, “perché ho la sensazione di vivere in un periodo molto cupo. Dopo aver composto due dischi (Biondo accelerato con canzoni d’amore, e La musa elettrica che rifletteva puramente la voglia di suonare), ho cominciato a scrivere interessandomi sempre meno al mondo interiore e sempre più al mondo intorno. Non scrivo canzoni intimiste, anche perché ho la sensazione che nel nostro intimo non celiamo poi chissà quali tesori da scoprire. Sono attratto dal rumore della strada (si sente nel pezzo d’apertura del disco, Mario), dalla realtà del quotidiano, dagli aspetti meno elevati di noi uomini. Anche perché mi sembra di avvertire nelle persone un senso generale di stanchezza, morale ed intellettuale. E per parlare di ciò che è oscuro – ciò che non riusciamo a vedere nitidamente – mi sono servito di alcuni personaggi, solo per descriverli, senza avere mai la pretesa di giudicarli. Quando penso a me come autore di canzoni, mi immagino come una telecamera: ciò che inquadro lo scelgo io; a parte questa scelta, voglio solo mostrare ciò che esiste. Tocca a chi ascolta farsi un’idea di quello che racconto”.
A chiudere l’album malinconico e crudo, una canzone sulla luce. “Amo i paradossi e ho scelto di concludere un disco sull’oscurità con In luce. Non me la sentivo di lasciare chi mi ascolta con una nota negativa. Questa è una minuscola luce di consapevolezza, che filtra nel buio, nel dolore. E con quella vado avanti”.
(L’ARENA, Giulio Brusati)

Il cantautore Ruben presenterà con un recital acustico – questa sera (alle 21) nel giardino della Biblioteca Fioroni a Legnago – brani del suo ultimo album Da qui non si vedono le stelle in dialogo con lo scrittore Riccardo Frattini che presenterà il suo romanzo Spy Stories.
Ruben (che con il suo vero cognome Pierfrancesco Coppolella aveva firmato, un po’ di anni fa, le liriche scritte per l’unico album in italiano del bluesman Rudy Rotta, So di blues) è cantautore, diremmo, nella più canonica concezione del termine, comprensiva della classicità che da Fabrizio De André porta a Leonard Cohen e Massimo Bubola, con qualche occhio puntato anche dalle parti di Ligabue e Vasco Rossi.
Da qui non si vedono le stelle, prodotto dallo stesso Ruben e uscito per La Matricula, è il terzo suo album dopo Biondo accelerato del 1999 e La musa elettrica del 2004. Senza venir meno alla sua poetica del quotidiano che caratterizzava anche le prove precedenti, la nuova raccolta mostra un’ulteriore crescita espressiva nella unitarietà contenutistica delle canzoni (espressive di un habitat materiale, mentale e comportamentale da cui non si possono vedere le stelle) e, all’opposto, da una maggiore eterogeneità stilistica rispetto al passato. Merito anche, crediamo, del positivo confronto collaborativo che negli ultimi anni Ruben ha intensificato, per vari progetti collettivi, con i giovani colleghi tra i quali Veronica Marchi, John Mario, Fabio Fiocco.
I primi due sono presenti con le loro voci in alcuni brani di Da qui non si vedono le stelle, e proprio il pezzo conclusivo del lavoro, un duetto con la Marchi intitolato In luce, ne risulta il più suggestivo e sorprendente tassello, con inediti echi da ballata ipnotica tra morbida psichedelia westcoastiana e addirittura certi Velvet Underground.
( L’ARENA, Beppe Montresor)

Poco più di un mese fa Ruben mi sottopose all’attenzione questo suo nuovo disco, dal titolo “Da qui non si vedono le stelle”, che parafrasa, come precisa lo stesso Ruben nella presentazione del suo lavoro, l’ultimo verso dell’inferno di Dante.

E’ decisamente un album rock ed a tratti anche molto duro e tirato mentre il sottoscritto, se dovesse rifarsi in termini musicali al dilemma di Celentano tra lento o rock, è decisamente lento.

Per cui ero titubante nell’affrontare l’ascolto di questo disco, ma a posteriori devo ammettere che Ruben è riuscito nell’intento di farsi decisamente apprezzare non solo per le sonorità delle sue canzoni, ma anche per i testi tutt’altro che superficiali.

Si parte con una sano e robusto rock, è “Mario” in cui si narra di una doppia vita, quella appunto di Mario, uno dei tanti che “vive al sesto piano / dentro un blocco di cemento”, ma che la notte fa la vita da travestito su un marciapiede “le calze attillate / le macchine accodate / Il passo un po’ incerto / la borsetta in spalla / testa vuota che crolla”.

Ancora un rock teso e duro e quattro personaggi, due donne Sandra e Mary, due uomini Goghi ed Hugo per “Storie di fango”, sono loro i protagonisti di un’orgia, vissuta durante una vacanza per riempire il vuoto che è in loro “Storie di fango altro che in tre! / Storie di fango intorno a te / Prendi il tuo tempo guardati in giro / Storie di fango Per sentirsi vivo”.

Ancora un rock elettrico, ma un po’ più classico dei precedenti per “Gringo”, protagonista è questa volta un giovane che a scuola è un poco di buono, direi decisamente un perdente, in grado però di trasformarsi con la sua chitarra in un vincente.

Dopo un ‘intermezzo di sole chitarre elettriche e distorsioni, si arriva ad una delle canzoni più belle del disco “Sotto lo stesso cielo (Lettera da Kabul)”, in cui le chitarre si fanno più distese, entra in gioco anche la bellissima voce di Veronica Marchi per una canzone dedicata ad una di quelle donne che sono costrette a vivere senza la libertà e senza identità a Kabul “Non ho amore e ho trent’anni / ho visto cose indicibili / non si può amare, no se ci sente invisibili”.

E’ il momento quindi di una tregua, uno stupendo pezzo lento dal titolo “Cosa ha in testa la gente”, una chitarra dal suono avvolgente ci conduce alla ricerca ciò che passa nella testa della gente, quando certi fatti sembrano davvero inspiegabili e decisamente amara è la conclusione “Cosa ha in testa la gente in questa corsa affannante? / Cosa ha nel cuore la gente sempre più distante?”

“Noto Brambilla” è un uomo qualunque, dall’esistenza grigia, ha un nome comune banale, in fondo potremmo essere un po’ tutti Noto Brambilla, qualcuno magari solo per pochi istanti, qualche altro più a lungo, tutti possiamo essere passati per “Quanto in oggetto indicato cosa dire più non ha / Cosa ha dimenticato? / Più irritante batte già il pendolo del tempo che suono non ha”.

Rock and roll e nostalgia troviamo in “Trent’anni fa”, “Trent’anni fa / Noi di qua e voi di là / Trent’anni fa c’era più serietà! Trent’anni fa”, Ruben non si ritrova proprio nei giovani d’oggi, “Se il niente è nella testa / il niente è poi nel cuore / il niente è quel che resta / se tutto è confusione”.

“La collina degli stivali” è una poetica ballata ispirata a “booth hill” (la collina degli stivali), il nome di un cimitero di Dodge City (Arizona) dove i cowboy venivano sepolti con gli stivali sotto la testa come cuscino, una riflessione sull’incapacità di vivere “Per quanto rinvii le tue scelte e gli anni vanno avanti ti lasci indietro solo niente e noia / Quante occasioni già sprecate le foto già sbiadite e sempre ferma sta la vita tua”.

Siamo alla fine, dopo tanto buio, dopo sconforto e delusione, uno spiraglio di luce si fa avanti con la dolcezza e la delicatezza di “In luce”, un duetto tra Ruben ed ancora Veronica Marchi, per una poetica canzone, minimalista ma intensa spirituale “Ogni sera Ti ho pregato – giorni hai passato cercandoti invano / Ogni sera ti ho pregato – in quelle ore del tutto smarrito”.

Forse non tutto è tenebre in questo mondo o forse lo è solo in questo mondo…
(WWW.BIELLE.ORG, Fabio Antonelli)

WOODY GUTHRIE, Dust Bowl Ballads (1940)

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Il mio eroe di quand’ero ragazzino. Non avevo mai sentito una sua canzone, ma avevo letto in un articolo le sue gesta, avevo visto una sua foto e tanto mi bastava.

Pubblicato nel 1940, è il disco (posseggo il cd) con le registrazioni più antiche che ho. La cosa singolare è che solo qualche anno fa sono riuscito a trovarlo, e ho sentito per la prima volta la voce di Woody, fino ad allora da me solo immaginata.

Per inciso, ho cantato per anni This Land Is My Land, perché la conoscevo tramite Bruce, poi ho recuperato anche la versione di Woody.

E’ il capostipite di tutti i cantautori, al quale tutti dobbiamo tutto.

Una delle rare persone per cui vale il classico detto: “Una volta fatto, hanno buttato via lo stampo”.

JOAN AS POLICE WOMAN, The Deep Field (2011)

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Una vecchia regola della discografia, vecchia perché in vigore nello scorso secolo, diceva che se l’album d’esordio andava bene, bisognava che i successivi due fosse tutti sulla falsariga, senza cambiare minimamente la formula. Al quarto si poteva anche modificare qualcosa.

Il mondo da allora è diventato altro, tutto viaggia al fulmicotone e siamo certi che ora la “norma” non sia più in vigore. Muoversi… muoversi… muoversi…!

Sorprendentemente si attiene all’antico modus operandi Joan Nella Parte Della Poliziotta, al secolo Joan Wasser, musicista di punta della nuova scena musicale americana. Tre dischi finora, e tutti e tre con la medesima impostazione “sonica”. Ancor più sorprendentemente, questo CD ricorda nel suono, soprattutto della batteria, il primo lavoro.

Avremmo preferito qualche novità, perché anche gli arrangiamenti obliqui a cui ci ha abituato la Nostra possono cadere alla lunga nello stereotipo. Tra l’altro, a differenza di ciò che accadeva nel disco d’esordio, qui si ascolta molto, ma poco rimane in testa. Eppure non ci voleva tanto per variare. Ha mai pensato Joan di fare un cd con sola voce, piano ed archi? Togliendo si va più in profondità. Il coraggio alla ragazza, ne siamo convinti, non manca.

TANITA TIKARAM, Ancient Heart (1988)

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Non mi piacciono, salvo rare eccezioni, le voci femminili che spaccano quelle note altissime, “impiccate su”. Meglio il registro medio e basso, più confortevole e sensuale. Alla categoria appartiene la nostra Tanita, che nell’ormai lontano 1988 ammaliò il mondo con la nota Twist In My Sobriety (suo il testo e la musica, come degli altri brani del disco). La trasmettevano tutte le radio, ed è un pezzo di 4 minuti e 50 secondi, roba che le emittenti d’oggi non prenderebbero neppure in considerazione.

A parte questo classico, si fa apprezzare Valentine Heart, per sola voce, piano ed archi.

Il resto è purtroppo inficiato da quelle sonorità Eighties (quelli erano gli anni…), con tastierine di qua e tastierine di là…

Però, a volte, per essere ricordati, basta una canzone bella, non occorre scriverne tante (anche se sarebbe preferibile…).

RUBEN, Il rogo della vespa (2011)

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Il dischetto in questione fece parlare un po’ di sè. Tra parentesi: mi piace l’idea di passare in rassegna i miei dischi a ritroso nel tempo.

Ruben non sarà un cantante di serie A, ma è un gran compositore, è uno che nelle canzoni ci mette del suo, nelle strutture, negli arrangiamenti, nell’utilizzo di strumenti anomali, in quei passaggi che non sai ben definire, ma che ascolti stupito. ILMUCCHIO.IT, Gianni Della Cioppa

“Il rogo della vespa” è il lavoro onesto, coerente e maturo di un sensibile artigiano della musica. ROCKERILLA, Alessandro Hellmann

“Cantautore rock” sulla scia dei classici Dylan e Springsteen, quindi avvicinabile, per l’Italia, alle parti di Ligabue – ma molto, molto meglio. BLOW UP, Stefano I. Bianchi

Il suo song writing è maturo. BUSCADERO

Ironia e riflessioni intime condiscono piacevolmente dodici tracce mai banali che riflettono sui mali della società. M&D MUSICA E DISCHI

Una serie di quadri-canzone che descrivono i mali dell’attuale società, su una linea decisamente vigorosa e con suoni che portano al rock più tradizionale. RARO!

Nella scrittura di Ruben c’è senz’altro consapevolezza di un cantautorato anni ’70, in particolare vicino a certa poetica degregoriana, seppur più diretta e meno criptica. L’ARENA di Verona

Un buon disco nel complesso, sicuramente fuori da mode e logiche di mercato, scritto con stile asciutto (i pregi), che per sfondare forse avrebbe però avuto bisogno di un’interpretazione più caratterizzata, più aggressiva e rabbiosa nei brani a tinte forti, più dolce e sensibile nei brani d’atmosfera (i difetti). L’ISOLA CHE NON C’ERA, Fabio Antonelli

Un disco maturo, pieno, vissuto: come l’autore che riesce a regalarci composizioni mai banali e talvolta al limite del geniale. EXTRA! MUSIC MAGAZINE (XTM.IT)

Un disco onesto, sebbene non per tutti (alla larga ottimisti, romantici, melodici e amanti del bel canto) BEAT MAGAZINE

Le nuove canzoni confermano l’attitudine folk-rock del veneto, ironico osservatore di se stesso e del mondo contemporaneo, che, tanto nelle movenze stilistiche quanto in un certo sarcasmo sociale, può forse ricordare Ivan Graziani (“Giù”) o anche Ivano Fossati (il singolo “Schiuma”), fino al più attuale Davide Van De Sfroos. ONDAROCK.IT

Musicalmente il lavoro e’ composito, coraggioso al punto giusto, con un buon lavoro di registrazione (e di mastering) e la presenza della voce di Ruben in primo piano, visto che quello che racconta va seguito, essendo uno dei cardini della sua originalità! La presenza di violino, pedal steel, wurlitzer e mellotron sono camei che rendono gustoso il piatto, ma senza mai ammazzare il sapore di questo disco: come dicono i grandi chef, non e’ la quantita’ di spezie che aggiungi, ma la loro presenza garbata ed al giusto posto. MUSICALNEWS.COM

La società moderna è il principale bersaglio delle invettive musicali del Nostro, per nulla a suo agio in un mondo fatto di superficialità e pattume, ben sintetizzato dalla title track, per inciso il pezzo più bello dell’album. Ma non manca, accanto a spunti polemici e ironici, anche una velata malinconia, che emerge sia nei pezzi più cantautorali e riflessivi, sia in quelli dove a prendere il sopravvento sono i ritmi (…). YASTARADIO.COM

Filo conduttore tra i brani l’impegno espresso coi testi nel denunciare quanto l’oscurità si stia impadronendo del mondo, nel quale è difficile intravedere spiragli di luce, che bisogna comunque cercare di trovare per risollevare le sorti di questa terra ormai allo sbando. MUSICA.ACCORDO.IT

Organo hammond e mellotron, pedal steel guitar, chitarre distorte e acustiche (suonate anche da lui), voci femminili, archi e tastiere arricchiscono una base ritmica mai languida. CRONICA REGIA

Album impegnato e impegnativo. ROCKIT.IT

Prendete dei testi alla Rino Gaetano e mescolateli con musiche rock all’americana, al limite del classic, con un ampio repertorio di chitarre distorte. Otterrete un risultato che probabilmente si avvicinerà molto a Ruben. SALTINARIA.IT

Maniacale cura del suono (tutta la produzione artistica è dello stesso cantautore: un rock, folk ricco di strumentazione vintage) e completa originalità dei testi. MUSIC CLUB

Ruben che poi, a pensarci, quando compone, fa l’artigiano. Come quelli d’una volta. Non alla moda ma abili, affidabili, che costruiscono cose robuste su cui poter contare. Certo, non da copertina delle riviste, e che comunque si vede che c’è una sapienza antica dietro. Ecco, lui scrive canzoni così. NON SIAMO DI QUI

Bravo Ruben, davvero e grazie anche di riportare all’attenzione la canzone che fu dello stesso Gaber, di Ivan della Mea, Jannacci e alcuni altri che non dimenticavano mai di segnalare il declino della società (…) Non rimane che l’ascolto: deliziosamente puro e umano. BEPPE COSTA

ALICE IN CHAINS, Facelift (1990)

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I ruggenti, da me molto amati, anni ’90!

Strano: questo disco mi piace più oggi di quando l’avevo sentito per la prima volta, tempo fa.

Forse all’epoca ero condizionato dall’aver ascoltato in precedenza i lavori successivi del gruppo – e che lavori!…

Però il cd suona bene (bella la produzione), anche se leggermente monocorde.

Comunque bando alle sottigliezze: siamo al cospetto dei Grandi! 

 

NICK DRAKE, Five Leaves Left (1969)

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Non è certo facile parlare di un artista e di un disco entrato nel mito, ma se la giornata è uggiosa e solcata dalla pioggia come quella appena trascorsa, ascoltare il suo lavoro d’esordio è una tentazione invincibile.

Il talento di Drake è stato pari alla sua sfortuna in questa vita. Se pensiamo che questo è il suo primo lavoro, stentiamo a credere che il ragazzo avesse già maturato uno stile così personale e autentico, tanto da imporlo nel tempo come un vero e proprio caposcuola per le atmosfere intimiste e malinconiche che permeano i suoi brani. Oggi molta musica che ascoltiamo è in qualche modo figlia delle sue intuizioni.

Il successo che non ha avuto in vita, Drake lo ha conosciuto post mortem, e in questo momento mi piace immaginarmelo fra le nuvole (lui che già appariva come un angelo quaggiù), che con un sorriso appena accennato arpeggia la sua Guild con quel suono enorme che siamo abituati a sentire nei suoi dischi.

Dall’iniziale Time Has Told Me fino alla conclusiva Saturday Night non ci sono cali di qualità in questo lavoro, ed ascoltarlo è un viaggio sempre affascinante.

Lui è, a ragione, fra gli immortali.