FABRIZIO DE ANDRE’, Canzoni (1974)

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Se un disco s’intitola “Canzoni”, e contiene QUESTE canzoni, vuol dire che è un gran disco.

Brani originali e riletture (Dylan, Cohen, Brassens) si fondono in un tutt’uno. Merito al solito di una voce, che fa da collante, dal timbro unico ed indimenticabile.

Poi naturalmente, quando arriva “Canzone dell’amore perduto”, giù le lacrime – sempre se hai più di quarant’anni e qualcosa hai vissuto (la rima, che esce spontanea, è un omaggio all’Autore).

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FABRIZIO DE ANDRE’, Storia di un impiegato (1973)

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Il disco non convinse neppure il suo autore, e la critica non lo ha trattato particolarmente bene, non trovava riuscito l’impianto testuale.

A me, che fino a ieri non avevo mai ascoltato questo lavoro, è piaciuto moltissimo per l’aspetto musicale, ed è tutto dire perché lo si deve anche a Nicola Piovani, che non mi entusiasma particolarmente. Per quanto riguarda la musica, devo infatti dire che il disco è a dir poco STREPITOSO, poi le analisi concettual-letterarie le lascio volentieri ad altri.

Memorabile “Verranno a chiederti del nostro amore”, di cui mi incuriosisce quel pianoforte ultra compresso: si vede che volevano dare alla canzone un tocco sperimentale (poco tempo fa si sarebbe detto alternativo; oggi, con tutta probabilità, si dirrebbe indie…).

ERIC CLAPTON, Behind The Sun (1985)

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Inspiegabile.

Azzardo un’ipotesi: probabilmente pressato oltre ogni dire dall’etichetta, Clapton, per adeguarsi all’imperativo – sell! sell! sell! -, ingaggia come produttore Phil Collins (alle orecchie di chi scrive, straordinario batterista e ottimo cantante), uno che col pop (s’intendono i suoni) di quegli anni sapeva intrallazzare bene, per realizzare un disco-hit. Ora, in musica, anche se metti un favoloso chitarrista insieme ad un altro eccelso musicista, non è detto che ne esca un capolavoro. Può, come nel caso, venir fuori una ciofeca. Con l’aggravante dello spreco di musicisti incredibili come Donald “Duck” Dunn, Nathan East, Jeff Porcaro, Steve Lukather, Ray Cooper

Solo per completisti claptoniani compulsivi (io l’ho preso per il gusto di parlarne male su questo blog).

P.S. Si salva la copertina.

EUGENIO FINARDI, Sugo (1976)

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Ogni volta che riascolto “Musica Ribelle” mi è viene la pelle d’oca. E’ l’energia, che arriva, arriva… Ed è contagiosa. A questo serve la musica.

E’ un disco fantastico. Se non l’avete, correte a comprarlo.

P.S. Molto tempo fa mi sono fatto una chiaccherata al telefono con Finardi. Liberi di non crederci, per me è lo stesso.

ELISA, Then Comes The Sun (2001)

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Dopo il fulminante esordio (Pipes & Flowers) e un secondo lavoro (Asile’s World) realizzato, con risultati altalenanti, con ben quattro produttori,  Elisa torna a collaborare con Corrado Rustici, alla consolle sul primo LP.

Le cose vanno molto meglio. Qui si possono apprezzare “Dancing”, “A Little Over Zero”, “Rock Your Soul” – uno dei suoi brani più belli – e “Heaven Out Of Hell”, che mi è sempre piaciuta particolarmente.  “Tirar fuori il Paradiso dall’Inferno… “: mica semplice, eh? Però, come mi piacerebbe…

EUGENIO FINARDI, Non gettare alcun oggetto dai finestrini (1975)

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Cazzo se suona ‘sto disco! Ma con gente come Walter Calloni alla batteria, Lucio “Violino” Fabbri e Lucio Bardi vorrei ben vedere… Ci mette del suo anche Camerini (lo sapevate? è un ottimo chitarrista). Al VCS3 (allora parecchio in voga) tale Franc Jonia, nome di comodo, per motivi credo contrattuali, di Franco Battiato. E’ anche registrato con gusto, arte che poi in Italia si è persa un po’ per strada.

Il cd porta stampigliato “Testi e musiche di Eugenio Finardi”, ma “Saluteremo il signor padrone” è il noto canto folk qui riarrangiato in chiave rock.

Meravigliosa “Afghanistan” in chiusura.

Da riscoprire.

LENNY KRAVITZ, Mama Said (1991)

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Al di là del fatto, per niente trascurabile, che è piacevolissimo da ascoltare, il disco è anche una sorta di Sacro Graal per quanto riguarda la produzione. Quando il buon Lenny registrava in analogico, da questo punto di vista, faceva grandi cose.

Sarebbe bello per ogni brano sottolineare certe finezze nell’arrangiamento e nella scelta dei suoni ma, visto che le energie di chi scrive sono quelle che sono, qui, per dirne solo una, si segnala il delay sul rullante in More Than Anything in This World: una scelta classica per Kravitz, quasi il suo marchio di fabbrica. Che poi, quando ti trovi in studio a mixare, ogni tanto la tentazione di mettercelo ti viene…

P.S. Copertina ultra fashion.

LUCIANO LIGABUE, Radiofreccia (1998)

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Non ho molte colonne sonore nella mia raccolta di dischi. Sentire il soundtrack senza le immagini è, per me, un’esperienza a metà. Questa è una delle poche. Peraltro non ho visto il film, ma ho letto il libro “Fuori e dentro al borgo”. Interessante soprattutto dove Ligabue non parla di sé, e questo vale per ogni buon autore.

Qui ammalia il tema principale, cristallino come acqua di sorgente. Poche note, quelle giuste. Dovrebbe essere sempre così, per chi compone.

Poi c’è “ Ho perso le parole”. La posso ascoltare anche una mezza dozzina di volte di fila, senza mai stancarmi.