JOHNNY CASH, American IV: The Man Comes Around

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Il mio disco preferito della serie American Recordings . Cash è l’ultimo artista che ho ascoltato ad aver lasciato un solco nella mia anima.

Splendida (come sempre) la produzione di Rick Rubin.

Hurt. Non ci sono parole per descrivere questa cover del brano di Trent Reznor (Nine Inch Nails).

La Hurt di Cash è il Sublime. Se già il pezzo nella versione di Reznor era potente (“I focused on the pain / the only thing that’s real…”), cantato da Cash porta alla trascendenza.  Straordinario l’arrangiamento. Un capolavoro anche sul piano puramente tecnico: come Rubin sia riuscito a conservare la dinamica del pezzo senza farlo “sforare” è davvero fantastico.

 Nota: Cash cambiò l’originale nel testo “I wear my crown of shit” in “I wear this crown of thorns”. Era, pur sempre, un gentleman.

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LOU REED, Transformer (1972)

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Come avranno certamente notato i miei scarsi ma attenti lettori, più il disco di cui si parla in questo blog è noto, e meno parole, di solito, qui si usano.

Arriva a dare una bella mano al cantautore newyorchese David Bowie, e la sua bella mano si sente, eccome…

Se non avete mai ascoltato Walk On The Wild Side, probabilmente venite da un altro pianeta.

Forse non è strano che certi brani più “arty”, come si dice oggi con brutta espressione, tipo la conclusiva Goodnight Ladies, io li apprezzi maggiormente ora che vent’anni fa.

Disco da avere, assolutamente.

LOU REED, Lou Reed (1972)

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Opera prima, intestata a suo nome, dell’Uomo di New York. In realtà, sono per lo più canzoni (sue) che circolavano già all’epoca di Loaded dei Velvet Underground.

Presenti in studio Rick Wakeman al piano e Steve Howe alla chitarra elettrica. Un’incongruenza stilistica, dato che vengono dal progressive.

Insomma, disco consigliato ai completisti.

P.S. Ho sempre trovato brutta la copertina.

U2, Achtung Baby (1991)

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-A-C-H-T-U-N-G- -B-A-B-Y-

-A-C-H-T-U-N-G- -B-A-B-Y-

-A-C-H-T-U-N-G- -B-A-B-Y-

-A-C-H-T-U-N-G- -B-A-B-Y-

“ogni artista è un cannibale” (parole sante), per questo non deve farsi cannibalizzare

dalla FAMA, dal SUCCESSO, dal MODELLO da lui stesso creato

e allora rompiamo tutto

e loro lo hanno fatto

questo disco ha un suono che viene dalle profondità della terra, sfonda l’asfalto e si perde nelle luci artificiali che illuminano il crepuscolo

benvenuti negli anni ’90!

canzoni d’amore sì, ma “c’è un silenzio che arriva in una casa dove nessuno (lui e lei) riesce a dormire, immagino sia il prezzo dell’amore e so che non è a buon mercato”

ACROBAT, “i must be an acrobat to talk like this and act like that”… quando sento queste parole una lacrima scende silenziosa dagli occhi

“and you can dream, so dream out loud”

sì, sogna FORTE…

“don’t let the bastards grind you down”

WILCO, Yankee Hotel Foxtrot (2002)

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“Fàmolo strano!” (da pronunciarsi obbligatoriamente con l’accento di Ivano, quello del noto film di Verdone). Il rock si può fare in mille modi, per cui si può anche fare “strano” (anche se io lo preferisco fatto alla maniera più tradizionale, e così anche l’altra attività…).

Brano preferito? Nell’imbarazzo, scelgo Ashes Of American Flags.

NOMADI, Ma noi no! (1992)

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Raccolta di 16 successi rifatti in studio pochi mesi prima che Augusto Daolio ci lasciasse.

La registrazione è digitale e per uno come me, che vive di analogico, è uno stimolo a ricercarmi le versioni originali…

Però, riascoltate “Io vagabondo”, “Crescerai”, “Un giorno insieme” (magnifica!), “Tutto a posto”… Perché ora non sentiamo più melodie così ?

RUBEN / SANDRO PEDICINI, Quanto sangue – Ruben canta Sandro Pedicini (EP, Vrec 2013)

EP

Come sa chi si trova a leggere questo blog, qui scrivo dei dischi che ascolto, al 99% opera altrui. Ma quando esce un disco su cui ho lavorato, mi pare giusto festeggiare.

Sono quattro canzoni: testi di Sandro Pedicini, poeta che mi onora della sua amicizia; musiche e arrangiamenti miei.

Questa la tracklist:

1. Quanto sangue

2. L’angolo del letto

3. Un grande amore

4. Il mio corpo

Ringrazio Carlo Poddighe per aver suonato nei brani e Andrea Poddighe per averli registrati. Il tutto è accaduto nel loro studio a Brescia.

Il ringraziamento più grande, naturalmente, va a Sandro, per avermi dato da musicare i suoi magnifici testi e per avermi permesso di realizzare questo progetto a cui tengo moltissimo.

BLACK REBEL MOTORCYCLE CLUB, Specter At The Feast (2013)

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A parte Howl, che è forse il loro album più degno di nota, in cui si sono permessi di uscire dal seminato, i B.R.M.C. sostanzialmente fanno sempre lo stesso disco. Nulla di grave, ce ne sono di rock band con questa attitudine…
Segnalo, giusto per aggiungere qualcosa, l’iniziale Fire Walker (gran bella atmosfera) e la conclusiva Lose Yourself, con armonizzazioni care ai Coldplay, tant’è che sembra un regalo della band inglese…

P.S. Finalmente un colore diverso in copertina! Va bene la coerenza, però, dopo un bel po’ di dischi, giusto variare.