SANTANA, Corazón – Live from Mexico: Live It To Believe It (2014)

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Non mi aspettavo granché, è invece mi sono divertito.

C’è spazio anche per l’assolo di batteria della moglie (Cindy Blackman) e per un pregevole intervento alla tastiera del figlio (Salvador).

Chiusura con Cielito Lindo, con tanto di orchestrina mariachi, più topica di così…

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DEVADIP CARLOS SANTANA, Oneness: Silver Dreams – Golden Reality (1979)

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Disco del Santana solista, senza la sua band, votato a quel misticismo che nei lavori del suo gruppo per forza di cose – leggesi esigenze commerciali – doveva solo rimanere fra le righe.

Sentite come suona qui! La title track è pura magia, con un assolo che è leggenda, Guru’s Song è delicata come poche, Cry of the Wilderness e Song for Devadip sono cavalcate irresistibili.

Provate ad ascoltare quest’album e uno qualunque dei suoi ultimi cd: vi chiederete se state sentendo suonare la medesima persona.

CARLOS SANTANA, Brothers (1994)

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Un disco privato. Carlos si diverte a suonare con il fratello, Jorge Santana, e il nipote, Carlos Hernandez, due buoni chitarristi (lui, chiaramente, è un’altra cosa). Ne esce fuori un disco strano, privo di qualsivoglia velleità commerciale, forse non entusiasmante, ma con buoni e ottimi momenti. Il cd è uscito per l’etichetta di Carlos, la Guts & Grace (simpatico il nome). Un album per dediti al culto del chitarrista e per curiosi insaziabili. Da evitare se non amate la chitarra elettrica.
P.S. La prima discutibile copertina in decenni di onoratissima carriera anche per quanto riguarda la grafica.

SANTANA, Milagro (1992)

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La dimostrazione, qualora ve ne fosse bisogno, che quando c’è l’intenzione giusta i dischi vengono bene. Sarà anche perché l’album è prodotto dai soli Santana e Thompson (il suo tastierista), ma qui la musica scorre fluida, senza troppi patemi di dover aderire a supposte “esigenze di mercato”. Tutti più liberi di esprimersi, e si sente. Un miracolo, come recita il titolo.
Posso usare il fatidico aggettivo “consigliato” per avere un buono scorcio del Santana anni 90.

SANTANA, Spirits Dancing in the Flesh (1990)

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Temevo l’ascolto di questo album del baffuto chitarrista, dopo una decade (gli ’80) contrassegnata da una produzione discografica in qualche caso non del tutto convincente.
A parte l’iniziale Let There Be The Light, che per fortuna cede il passo ad una classica “cavalcata latina” (Spirits Dancing In The Flesh), il disco è dignitoso e – a tratti – più che dignitoso. Gypsy Woman, il classico di Curtis Mayfield, funziona. C’è anche posto per il consueto lentaccio (Full Moon) e il Nostro si prende pure lo sfizio di rifare la mitica Jin-go-lo-ba: la nuova versione regge, anche se l’originale… Comunque Santana suona in tutto il disco con una certa verve, quella che qualche volta latita quando si limita a fare il “compitino”…

CARLOS SANTANA, Blues for Salvador (1987)

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Fin dalla metà degli anni ’70 Santana ha risolto il problema di poter realizzare da un lato la musica che voleva fare, improntata ad una ricerca scevra da preoccupazioni “commerciali”, dall’altro quella più “salottiera”, su pressione e per la felicità della casa discografica di turno, facendo uscire nel primo caso i dischi a suo nome (Carlos Santana), nel secondo a nome della band (Santana).
Negli ’80, a conti fatti, le sue cose migliori sono quelle “soliste”: The Swing Of Delight, Havana Moon e questo lavoro, un po’ discontinuo, ma impreziosito da “Bella” (dedicata alla figlia Stella), brano di rara eleganza – da solo vale il disco – e dallo strumentale omonimo, in cui duetta con Chester Thompson alle tastiere.
Nota agrodolce. Nelle note di copertina Carlos ci informa che il disco è dedicato a Deborah Santana, allora consorte del chitarrista.
Non solo per completisti.

SANTANA, Freedom (1987)

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Dopo le concessioni alla “modernità” di Beyond Appearances (1985), Santana tenta di tornare al suo sound classico. Richiama Graham Lear, ai tamburi in tanti suoi dischi. Ma sono gli anni ’80, per cui la batteria è qui minimale e ultra gateizzata. Alla voce c’è Buddy Miles, che è anche un batterista e suona squadratissimo (ricordate la Band Of Gypsys di Jimi Hendrix?), così Lear, forse inconsapevolmente o forse spinto da Buddy, adotta il suo drumming. Un peccato perché il disco ci poteva guadagnare se Lear avesse suonato (o gli avessero permesso di suonare…) a modo suo.
Nota chitarristica: anche se nella copertina è ritratto con la sua Yamaha SG, Santana qui suona la Paul Reed Smith (da lui adottata nell’82). Anzi, in questo cd finalmente si ascolta quel gioiello di chitarra col timbro a cui ci ha da tempo abituato, laddove nei precedenti album in cui Santana suona questo strumento (Shango, Havana Moon, lo stesso Beyond Appearances) il missaggio non gli rendeva affatto giustizia.