DAVID GRAY, Draw The Line (2009)

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Il concetto è semplice. Se tu canti in modo enfatico – così canta, per la maggior parte, David Gray – e arrangi pure le canzoni in modo enfatico, non centri l’obiettivo. Manca il contrasto. Senza quello, niente arte. Non a caso Gray va alla grande con poca roba attorno (vedi qualche suo vecchio disco). Già con il precedente Life In Slow Motion (2005) ha cominciato ad appesantire gli arrangiamenti. Mah…

Funziona il pezzo di apertura.

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TRACY CHAPMAN, Matters Of The Heart (1992)

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A prescindere da qualsiasi altro discorso, un disco prodotto da Jimmy Iovine (Springsteen, Petty, Patti Smith, Dire Straits, U2) e suonato da gente come Manu Katché, Omar Hakim, Alex Acuna, Mino Cinelu, Tony Levin (!!!), Randy Jackson, Roy Bittan (!!!), Vernon Reid, Waddy Watchel e Bobby Womack può essere un brutto disco?

E infatti, rispetto al lavoro precedente – Crossroads (1989) – c’è più slancio, e anche un po’ di “anima” è tornata nell’ugola della Nostra.

Non lo avete? Ho colmato la lacuna da poco. Colpa, allora, condivisa.

 

DOLORES O’RIORDAN, Are You Listening (2007)

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Rispetto ai suoi – e nostri – bei tempi, in questo album di debutto come solo-artist Dolores non sfoggia più la consueta criniera bionda e canta pure tutto un tono sotto.

Ma poi ‘sto disco l’hanno suonato??? Mi sembra che, a parte la chitarra acustica che appare qua e là, abbiano usato tutti “campioni”…

Una delusione. Però  – e siamo all’undicesimo brano – arriva Angel Fire e un brivido corre sottopelle. Ecco, magari se la fanno cantare come sa cantare lei, con la sua pronuncia, e non con la voce pop-impostata…

Perché è questo che vogliamo sentire: il brivido sottopelle.

DAVID BOWIE, The Next Day (2013)

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Con tutti i dischi che vengono sfornati annualmente, ha fatto bene il Duca ad attendere una decade per far uscire la sua nuova raccolta.

Due anni di lavoro in studio hanno prodotto un album molto solido. Lo metti nel lettore, ascolti, prendi in mano il cd (questa è grafica), e dici: ah, qui c’è la sostanza!

Qua e là traspare un po’ di malinconia da parte dell’Autore. Sarà anche l’età.

La tanto vituperata (dai rock-talebani) copertina? Un tocco iconoclasta, all’altezza del suo genio.

PAUL SIMON, Paul Simon (1972)

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Chissà perché, quando si parla di cantautori americani, si citano subito al volo Bob Dylan, Bruce Springsteen, Lou Reed, Neil Young e Leonard Cohen (a rigore gli ultimi due sono canadesi), e ci si dimentica regolarmente di Paul Simon. Che è un musicista fenomenale, scrive testi grandiosi ed è un chitarrista sopraffino (dovreste ascoltare questo disco solo per quello).

Peraltro, a voler pignolare, dei grandi è quello forse più dotato sul piano ritmico. Ma stiamo sottilizzando…

Comunque dovreste ascoltare questo disco.

MARK KNOPFLER, Privateering (2012)

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Talmente suonato bene, talmente cantato bene, talmente registrato bene, con talmente tante belle canzoni… che me lo sono ascoltato tutto di fila. E sono venti tracce, per un’ora e mezza di musica sapientemente distribuita in due cd.

Lui è un grandissimo cantautore, con un gusto sopraffino. Ma questo l’abbiamo capito in pochi (qui in Italy, of course).

DAVID GILMOUR, David Gilmour (1978)

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Parte il primo brano. Potrebbe essere un qualunque pezzo registrato alla fine degli anni ’70 (con batteria e basso in evidenza, come si usava), ma quando attacca il solo non ci sono più dubbi: è lui.

Perché puoi prendere una Strato, collegarla in serie ad un overdrive, un flanger e un delay e puoi andarci vicino, ma questo qui ha un tocco che lo rende riconoscibile alla prima nota. Hanno detto che potrebbe prendere in mano un ukulele e farlo suonare come una Stratocaster e credo ci sia del vero.

Com’è il disco? Ho il sospetto che sia meglio dell’ultimo lavoro, appena uscito, della sua rinomata band, ma non l’ho ancora sentito. E’ presto per dire.

COLDPLAY, Live 2012 (2012)

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Live boom boom, con cori da stadio, ed era quello che il gruppo si era prefisso con la realizzazione di Mylo Xiloto. Nel frastuono del pubblico emergono batteria, basso e voce, la chitarra e le tastiere si perdono un po’.

C’è una bella “intro” a Yellow, cantata da Chris Martin in ottava bassa, poi il pezzo parte as usual. E’ il momento del brivido, e purtroppo poi ce ne sono pochi.

Più che altro, insomma, una festa colorata.  E’ un po’ dura far convivere il gigantismo di questo show con canzoni – soprattutto le vecchie hit – che, per quello che sono, sarebbero destinate ad una dimensione più intima.

Naturalmente, confezione cd + dvd.