THE DOORS, Live in Boston 1970 (2007)

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Tre quarti dei Doors erano davvero al top, quella sera. Un quarto, Jim, era parecchio ubriaco (o faceva finta di esserlo). Per la verità Morrison sembra davvero out nel primo spettacolo, quello delle 7 p.m., mentre in quello delle 10 p.m. pare leggermente più sobrio.

Comunque, grande performance. Dentro Light My Fire ascoltiamo “cosette” come Fever, Summertime, St. James Infirmary Blues, Graveyard Poem. Doveva essere il finale dello show, ma poi la band proseguì con Been Down So Long. Finito il pezzo, poiché i Doors avevano sforato con l’orario, venne tolta la corrente sul palco. Jim se ne escì – uno spasso sentirlo – con un “Pigs cocksuckers!”(credo non abbia bisogno di traduzioni…), al che, narrano le cronache , il povero Manzarek si vide costretto a lasciare la propria postazione dietro l’organo, afferrare Jim dopo avergli tappato la bocca con la mano e portarlo via dal palco, nel timore che una “Miami n. 2” ponesse fine alla carriera del gruppo. Che serata, ragazzi!

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THE DOORS, Live in New York (2009)

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Cofanetto di sei cd con la registrazione integrale dei quattro spettacoli tenuti dai Doors il 17 e 18 gennaio 1970.

Sarà anche roba da super fan, ma ascoltare queste esibizioni è un autentico sballo.

Incredibile sentire Jim Morrison, arrivato al fatidico verso “Mother, I want to…” di The End, cambiare il testo sostituendo a “Mother” l’inoffensivo “Woman” per rispettare la clausola anti oscenità presente nei contratti che venivano sottoposti ai Doors (ma anche ad altre band) dopo il turbolento concerto di Miami che, come noto, costò al cantante imputazioni varie e la messa al bando del gruppo da numerosi spettacoli già fissati.

Qui, al Felt Forum di New York, i Doors sono al top. Gli highlights? Le esecuzioni di Light My Fire e When The Music’s Over del primo spettacolo della seconda serata. Davvero colossali.

Peccato che nel secondo spettacolo della seconda serata (l’ultimo della serie) Jim sia quasi senza voce. A consolarci – fossero tutte così le consolazioni… – Celebration of the Lizard.

LUCIO BATTISTI, C.S.A.R. Cosa succederà alla ragazza (1992)

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Rispetto agli altri lavori con Panella ai testi, qui è maggiormente in evidenza l’elemento ritmico (produce il disco un batterista…). Il ritmo, comunque, è una fissa per Battisti, gli ha sempre dedicato un’attenzione spasmodica.


L’album è un concept: una ragazza viene seguita, nel suo fare, nel corso di una giornata. Il voyeurismo di Panella tuttavia ha per oggetto non tanto lei, quanto – come sempre – la “parola”, che qui in alcuni versi si fa più accessibile rispetto ai dischi precedenti (“La metro accelera / eccetera eccetera / e puntini di sospensione…”), pur rimanendo essenzialmente gioco e suono.


Nota: l’acrostico del titolo (C.S.A.R.), vergato da Battisti per la copertina, rimanda alla parola “Zar” che, come “Kaiser”, deriva da “Caesar”, ovvero Cesare, sinonimo del potere per antonomasia.

THE DOORS, Strange Days (1967)

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Rispetto alle quattro piste che avevano a disposizione per il loro primo disco eponimo, ora le Porte ne hanno a disposizione otto e si possono scatenare con la fantasia.

Nuovi strumenti fanno capolino: moog, marimba. Si sperimenta alla grande in Horses Latitudes.

Forse meno graffiante ed incisivo del disco d’esordio, ma quando arriva When The Music’s Over

LUCIO BATTISTI, L’apparenza (1988)

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Se in Don Giovanni (1986) c’era ancora la forma-canzone, qui il Nostro comincia l’opera di “demolimento” della sua struttura. Di molti brani non rimane in testa il minimo accenno di melodia, e questo è, chiaramente, voluto.
Gli ultimi album di Battisti sono “difficili”. Pochi lavori sono, però, così stimolanti.

Ritengo l’ascolto di questo disco proficuo per chiunque voglia comporre canzoni. E’ una sorta di “negativo”, in termini fotografici, da cui si può trarre grande ispirazione.

LUCIO BATTISTI, Don Giovanni (1986)

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Dobbiamo tutti ringraziare il buon dio della musica perché, a questo mondo, c’è un disco così.

“Le cose che pensano” è forse la canzone d’amore definitiva.

Ascoltate “Il diluvio”: non vedrete più la pioggia con gli stessi occhi di prima.

Per una volta la parola “capolavoro” può essere pronunziata senza tema di smentita.

THE DOORS, Live at the Matrix 1967 (2008)

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Considerato che sono sempre stati, anche, una formidabile live band, qui c’è l’inizio del loro mito (parola che si deve usare per pochi, ma che per i Doors s’adatta più che bene).

Sono le prime registrazioni dal vivo di cui si sappia.

Il disco d’esordio era già uscito da qualche mese; non ancora il singolo, Light My Fire, che poi li lancerà.

Il Matrix è un locale da un centinaio di posti. Pubblico scarso e neppure molto partecipe. Ma il Miti, a volte, nascono sottovoce.