FABRIZIO DE ANDRE’, Tutti morimmo a stento (1968)

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Mi piace molto la formula del disco-concept (l’ho adottata per i miei lavori, sono della generazione segnata da The Wall…), e questo in Italia è uno dei primi.

Album reso sontuoso dalle orchestrazioni di Giampiero Reverberi, che arrangia anche il coro.

E’ impossibile non notare la grandissima professionalità e il gusto con cui sono eseguite tutte le parti strumentali, un dato non così usuale nelle produzioni discografiche di oggidì, ma che allora era di rigore. A proposito, “allora” era il 1968, la data conferisce un ulteriore fascino al disco.

Forse, rispetto ai moti dell’epoca, la poetica di questo LP era leggermente più esistenzialista, ma è un carattere costante dei grandi artisti come De André quello di saper sopravanzare il proprio tempo.

ARCASTELLA, Elementare (2003)

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Frizzante album di folk rock, dominato dalle chitarre acustiche ed elettriche, con un leggero tocco naif, che però nel contesto ha un suo perché.

Venne co-prodotto da Massimo Bubola, e il lavoro uscì per la sua etichetta, la Eccher Music.

Mi piace particolarmente “Qualcosa di me”.

Certi dischi meriterebbero più attenzione, non dico da parte del grande pubblico, che non potrebbe interessarsene di meno, ma almeno da parte degli appassionati.

Che dire? Mantenete sempre desta la curiosità.

VELVET REVOLVER, Contraband (2004)

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Una piacevole sorpresa.

Nonostante i componenti del gruppo siano tutte rockstar california-style, con conti-corrente da tappeto rosso quando entrano in banca, ecco che in nome del sacro fuoco del rock, e di una passione che evidentemente non viene meno, in questo disco ci danno dentro come ventenni assatanati, con un tiro da far rodere dall’invidia molti giovani virgulti.

Tra le altre, Fall To Pieces è un gran bel sentire.

Lode a Scott, a Slash, a Duff e a Matt per aver messo in piedi questa galvanizzante “contrabanda”.

FABRIZIO DE ANDRE’, Vol. 1 (1967)

La prima dote che deve avere un cantante è il timbro della voce. Deve essere, innanzi tutto, immediatamente riconoscibile, altrimenti si confonde con quello di altri colleghi. E deve essere, possibilmente, gradevole. Ecco… questo tipo qui, per esempio… Cantava cose anche interessanti, ma se avesse avuto, anziché il suo, il timbro della mia voce, potete crederci che avrebbe avuto molto meno successo.

MATTIA DONNA, Sul fianco della strada (2007)

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Caso raro di cantautore, nell’accezione più classica del termine, che ha di recente esordito su major (EMI).

Nelle recensioni al lavoro, alcuni riferimenti a De André. Chi scrive ci sente piuttosto nei testi il retaggio di certe liriche beat, come poi metabolizzate dal Dylan ’65-’66 e, in Italia, dal primissimo Bubola, quello di Nastro Giallo (1976). Più che cercare quindi un senso compiuto nei testi – che viene e più spesso va – , è un gioco affascinante lasciarsi catturare dalle immagini create dall’autore.  Alcuni versi sono comunque baciati da vera grazia, e danno valore a tutto il disco.

Musicalmente si segnala la produzione di Vince Tempera. Suonano pertanto nell’album musicisti come Bandini e Mingotti, oltre allo stesso Tempera; fate conto la band che accompagna Guccini, anche se il disco ha una sua personalità musicale definita.

Avrei stratificato un po’ meno le tracce, ma qui rientriamo nello stile di ognuno.

Compare nell’album anche una versione in italiano di “One More Cup Of Coffee (Valley Below)”, a cura dello stesso Mattia, perla indimenticata di Mastro Bob.

MASSIMO BUBOLA, Amore & Guerra (1996)

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Se per caso pensate che il rock cantato in italiano sia Vasco Rossi, una buona notizia per voi: vi sbagliate.

Sentite questo disco. Qui c’è la cosa vera.

Album spartiacque per il cantautore veneto, che in questa raccolta ripropone, in versioni robustissime, alcuni dei suoi brani migliori e più noti, nonché canzoni scritte a quattro mani con importanti collaboratori (De André – of course -, ma anche i Gang).

Risplendono particolarmente grazie ai nuovi arrangiamenti “Spezzacuori” e la stra-classica “Andrea”.

MASSIMO BUBOLA, Doppio lungo addio (1994)

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Uno dei suoi album migliori, se non, in assoluto, il migliore.

I testi sono pura meraviglia ed è buona anche la resa sonora: uno dei pochi dischi “italian sound” che ascolto sempre con partecipazione.

I brani (a parte la sola “Un uomo ridicolo”) vanno tutti a segno, ma il picco è, naturalmente, “Niente passa invano”, una delle dieci migliori canzoni italiane di sempre.

Ai cori, in “Alì Zazà”, Fiorella Mannoia.

Se si ama la musica italiana, da avere.

MASSIMO BUBOLA, Massimo Bubola (1982) (riedito come “Giorni dispari”)

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Fin dalla copertina, molto più rock del precedente Tre rose (1981).

Contiene un paio di perle: “Spezzacuori”, d’impostazione pianistica, che in Amore e Guerra brillerà di ulteriore luce con un nuovo arrangiamento a base di chitarre elettriche, e la toccante “Giorni dispari”.

L’Autore ha ripubblicato il disco nel 2005 in formato CD proprio con il titolo della canzone, perché da lui – come ci informa nelle note di produzione – sempre considerata la title-track dell’album.

Curiosità: nel disco suona Claudio Golinelli, noto per essere il bassista di Vasco Rossi.

Questa edizione contiene anche tre pregevoli inediti: “Il pendolo”, “Colline nere” e “Se non ora, quando?”, scritti tra l’82 e l’83 e incisi nel 2000.