L’AURA, Okumuki (2005)

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Ho un problema con questo disco. Alcune cose mi piacciono molto (Today – bellissima -, Domani, Demons In Your Dreams, Una favola), altre mi convincono poco.

Ho anche il problema che non mi piacciono i dischi cantati parte in italiano e parte in inglese. Credo sia opportuno scegliere, per dare maggiore omogeneità alla proposta.

Produzione ineccepibile.

Uno dei pochi CD in mio possesso di un’artista italiana che incide per una major. Un motivo ci sarà.

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SANTANA, Corazón (2014)

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La formula è sempre quella degli ultimi lavori: mettiamo gli ospiti a cantare ed ampliamo così la fascia di mercato (il target, come si diceva una volta). Peraltro in questo modo il baffuto messicano dà un po’ di visibilità internazionale ad alcune giovani star latine, che hanno una fama più “locale”, il che va a suo merito (chi, oltre oceano come qua, fa qualcosa per i giovani emergenti?).

Per certi versi, è meglio di un disco bruttino come Shaman. Ci si consola che un gioiello come La Flaca non sia stato maltrattato.

Nella Deluxe Edition ci sono tre brani in più e un DVD con intervista a Carlos, immagini di studio e i giovani virgulti che dicono in continuazione quanto Santana li abbia influenzati e sia importante per loro. Vorrei ben vedere…

DIRK HAMILTON, Solo-Mono (2012)

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Robusto cantautore americano, con una copiosa discografia alle spalle e una buona vocazione a giocarsela nel ruolo del beautiful loser (i riflettori, a questo mondo, non sono per tutti). Visto e sentito con piacere al Club Giardino di Lugagnano.

Questo è il suo ultimo lavoro in studio, voce, chitarra, armonica e stop, ed è un bell’ascoltare. Tra l’altro, suona benissimo la chitarra (se sei un cantautore, qualche strumento è bene che tu lo sappia suonare).

P.S. Ho recensito il suo concerto nel numero 14/15 di OUTSIDER.

PEARL JAM, Backspacer (2009)

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Sorprende che un gruppo-mito arrivato al nono album conservi ancora freschezza e voglia di suonare.

Complice anche il ritorno alla produzione di Brendan O’ Brien, che dona lucentezza e definizione al sound, in poco più di trentasei minuti le canzoni scivolano via senza affanno, e le aperture melodiche, che non mancano mai nei lori dischi, ci sono e si fanno apprezzare.

Just Breathe si può già annoverare fra i loro classici (ma quanti sono? quanta grande musica hanno fatto questi qui?) e apre a soluzioni sonore nuove, vedi gli archi, come del resto la conclusiva The End, per fortuna non l’ultimo brano di questo gruppo, per certi versi l’ultima grande american rock band.

Il cd contiene anche due concerti che si possono scaricare.

 

PEARL JAM, Pearl Jam (2006)

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Questo disco dei PJ mi è piaciuto fin dal primo ascolto. Qua suonano, eccome! Sentiteli in Marker In The Sand: quando arrivano all’inciso (uno dei loro migliori, che poi diventa la coda del brano, col raddoppio del tempo), si sente il piacere fisico del suonare insieme.

Fra le miei preferite anche Come Back e Inside Job.

Pimpanti.

JIMI HENDRIX, People, Hell and Angels (2013)

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Dato che è il primo disco a nome Jimi Hendrix che compare nel blog, è d’uopo un breve riassunto della storia discografica del mancino di Seattle dopo la sua prematura dipartita.

A seguito della morte di Hendrix sono stati pubblicati parecchi Lp, alcuni pregevoli, altri confezionati con criteri produttivi perlomeno dubbi (overdubs), fino a quando, nel 1995, tutta la sua opera è finita nelle mani della famiglia Hendrix. Sono così stati ripubblicati i dischi usciti in vita (per la prima volta masterizzati dai nastri di prima generazione!) e tantissimo materiale inedito: molti live e molto materiale in studio, con cui sono stati confezionati un paio di box e, nell’ordine, i seguenti cd:

First Rays of the New Rising Sun (1997)

South Saturn Delta (1997)

Valleys of Neptune (2010)

e il disco in parola.

Cosa dire a riguardo? Difficile chiedere un parere a chi scrive, che si accontenterebbe anche solo di sentire Jimi per tutto il giorno ACCORDARE la chitarra e basta… Poi, come sempre per tutte queste edizioni curate dalla Hendrix Family, solo le foto del booklet – fantastiche – e le liner notes ci mandano in sollucchero.

Piuttosto la domanda, per certi versi inquietante, è un’altra. Quanto altro materiale inedito esiste nelle mani della Hendrix Family? A giudicare da quanto è già stato pubblicato, pare che Jimi abbia passato tutta la sua breve vita con la chitarra in mano senza far altro. Cos’altro c’è che non abbiamo ancora ascoltato? Sul fronte live, un desiderio ce l’avrei: la ripublicazione del concerto ad Atlanta (uscì prima della gestione Hendrix Family nel box Stages). Si vedrà…

 

 

 

 

NEIL YOUNG WITH CRAZY HORSE, Broken Arrow (1996)

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Curiosamente meno celebrato rispetto ad altri lavori del cantautore canadese insieme ai fidi Crazy Horse, è un disco che ha molte frecce al suo arco (vabbé, magari spezzate, visto il titolo…).

Il cd parte bene con Big Time. Si nota subito la registrazione, che dà quasi l’impressione di essere davanti alla band che suona. Molto particolari i cori, quasi evanescenti. Se siete younghiani di ferro, come chi scrive, apprezzerete l’interminabile coda di Loose Change, un unico accordo ripetuto all’infinito su cui il Nostro si contorce in splendidi fraseggi deliranti grazie alla sua Old Black (sia sempre venerata).

Slip Away è la perla del disco, dal refrain sognante come pochi. Usuale il country rock di Changing Highways. Scattered (Let’s Think About Living) ha un bel riff e un bel messaggio (“Pensiamo a vivere”, più facile a dirsi che a farsi: le cose più semplici, al solito, sono quelle più difficili). Piacevole This Town e sempre nel cuore Music Arcade, ovvero quando la semplicità (ancora!) è tutto.

Chiude il classico blues Baby What You Want Me To Do di Jimmy Reed, ripresa dal vivo con pubblico in evidenza e band sullo sfondo, un vezzo di produzione.

Ecco, come al solito, se parlo di un disco di Neil, parlo di tutti i pezzi. Un motivo ci deve pur essere…