FRANCO BATTIATO, Mondi lontanissimi (1985)

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Una batteria in 4/4 secchi introduce “Via Lattea”. E quando arriva il refrain, si sogna, eccome…

Battiato rifà, maluccio, “Il re del mondo”, già presente in L’era del cinghiale bianco; meglio la versione originale.

Chiude il disco un trittico da favola: “Chan-son Egocentrique” (provate ad ascoltarla rimanendo fermi: impossibile), “I treni di Tozeur” (memorabile) e “L’animale”, il vero capolavoro del disco e una delle sue composizioni più lucide e toccanti.

FRANCESCO DE GREGORI, Il bandito e il campione (1993)

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Album dal vivo molto godibile.  Va però ricordata particolarmente la traccia iniziale che dà il titolo al lavoro, registrata in studio. Opera di Luigi Grechi (fratello di Francesco), è una delle ultime canzoni scritte da un cantautore ad essere diventata veramente popolare. Quando uscì, mi capitava di sentirla perfino al supermercato. E’ veramente bella, il testo poi ha una cura nella forma invidiabile. Se penso ad un’altra ballad che racconta, come ogni ballad che si rispetti, una storia – vera (come questa) o leggenda non importa, ché il confine è sempre opinabile – mi viene in mente “Eurialo e Niso”, il cui testo, scritto da Massimo Bubola, è del pari avvicinabile alla perfezione.

Nota tecnica: la quasi totalità dei brani è stata ripresa con un registratore digitale giapponese, una di quelle macchine che giravano a quell’epoca, per cui il suono è molto freddo. Ma portiamo pazienza, le canzoni sono belle…

FRANCO BATTIATO, Orizzonti perduti (1983)

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Ahi, l’Amor… Alle volte ti lascia semi accasciato sul divano, a meditare sugli orizzonti perduti, come vediamo il Nostro in copertina.

“La stagione dell’amore” è forse in assoluto il brano in cui Battiato ha cantato meglio, con maggiore partecipazione emotiva; proprio lui, così intellettuale…

E’ un disco a tratti molto intimo nei testi, ma anche nel costrutto musicale, visto che, di umano, qui c’è solo la sua voce, il resto che si sente è tutta elettronica.

Esplode il refrain di “Tramonto occidentale” e fa sognare “Campane tibetane”, con quella scala che s’inerpica…

THE ROLLING STONES, Voodoo Lounge (1994)

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Non c’è niente da fare: quando parte un loro pezzo mi sembra sempre di vedere la stanza in cui mi trovo, e anche il mondo là fuori, che inizia a girare vorticosamente intorno a me. Il buon rock (che si tratti degli Stones o di Hendrix, degli Who o degli Zeppelin, o di chi volete voi) mi fa sempre quest’effetto.

Disco godibilissimo, merito anche della scintillante produzione di Don Was.

FABRIZIO DE ANDRE’, Non al denaro non all’amore nè al cielo (1971)

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Non l’avevo mai sentito, mi era giusto capitato di ascoltare “Un giudice” perché è ben difficile,  se si è appassionati di canzoni, che non capiti mai. Del disco mi ero comunque fatto un’idea precisa dallo spettacolo “Bocche di rosa”, ideato da Enrico De Angelis ed interpretato da un nutrito gruppo di cantanti/cantautrici veronesi, a cui avevo avuto modo di assistere qualche tempo fa.

Edgar Lee Masters, dalle cui liriche è tratto il lavoro, mi era invece noto fin dai lontanissimi – ahimé – tempi del liceo. Lee Masters, Fabrizio e io (capito nel discorso): due avvocati e uno (Fabrizio) che non lo è diventato per una manciata di esami, ma questa è un’altra, lunga, storia. Piuttosto, quel rigore formale così accentuato che caratterizza tutta l’opera di De André credo che inevitabilmente lo si debba proprio ai suoi anni di studi universitari.

A parte gli aneddoti, il disco, nei suoi poco più di trenta minuti, è un gioiello. Alle orecchie di chi scrive, sul piano delle musiche, è risultato eccezionale soprattutto il trittico conclusivo: “Un chimico”, “Un ottico” (straordinaria) e “Il suonatore Jones”.

U2, War (1983)

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adesso è tutto al suo posto

ora ogni suono è una scheggia incandescente

c’è new year’s day, quel piano sospeso sull’infinito

e ci sono suoni che oggi non sentiamo più, tutto troppo levigato

già: oggi, ieri

ussr ddr muro solidarnosc walesa glasnost perestroika i.r.a., un altro mondo e ne provo quasi nostalgia

ci sono dischi che sono specchio del loro tempo, e questo lo è in particolar modo

two hearts beat as one, due cuori battono come uno, ma qui i cuori sono quattro, e battono bene insieme

presto molti altri, milioni, batteranno insieme a loro

U2, October (1981)

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Il secondo disco è sempre un tranello, la fortuna del principiante ti ha già abbandonato

sarà anche invecchiata male, come dice il chitarrista, ma gloria ha uno dei riff più devastanti di sempre

e il cantante ha preso coscienza dei propri mezzi, sentire tomorrow, sentire october

già, october: una delle loro composizioni più nitide, liriche e potenti

per me non è ottobre se non ascolto october