LEONARD COHEN, Recent Songs (1979)

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Bello, ma strettamente consigliato solo ai suoi fan o a chi, comunque, ama il mondo musicale dei cantautori.

Merito della resa sonora del disco va anche a due musicisti che ritroveremo spesso a fianco di Cohen: Raffi Hakopian al violino e John Bilezikjian all’oud.

In The Smokey Life Leonard canta all’unisono con Jennifer Warnes, anticipando una soluzione vocale che sarà poi ampiamente utilizzata nell’album Ten New Songs.

Brilla The Gipsy’s Wife.

Il vertice? Came So Far For Beauty.

LOU REED, Berlin (1973)

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Non è facile per me scrivere queste poche righe, ma il caso vuole che nel blog si parli dei dischi di Lou in ordine cronologico, e che ora – proprio ora – tocchi a un suo capolavoro (e ho sempre pensato che il lato B dell’album sia un capolavoro nel capolavoro).

Provate a vedere i nomi di chi ha suonato in questo disco: da paura.

Produce Bob Ezrin (quello di The Wall…).

“I’m gonna stop wastin’ my time…” canta lui nella conclusiva Sad Song e, santiddìo, il disco varrebbe oro solo per questo verso, che me lo sento addosso in questi giorni, eccome se me lo sento addosso…,

GANG, La rossa primavera (2011)

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Concept album dei Gang dedicato alla Resistenza, con canti d’epoca riarrangiati e brani di autori recenti in tema. Tra le canzoni, “Su in collina”, presente nell’ultimo disco – così lui ci ha detto – di Francesco Guccini, che però non è fra le sue cose migliori (anche il disco, a dirla tutta). Ascoltando i pezzi tradizionali si nota agevolmente che, nello scrivere le canzoni, a quei tempi c’era un’attenzione per la metrica che oggi, detto in generale, è andata un po’ perduta. Senti “Eurialo e Niso” – musica dei Gang, testo di Massimo Bubola – e comprendi bene dove finisce la retorica e dove comincia la poesia, quella vera. A proposito di poesia, chiude il disco “Le storie di ieri”, di Francesco De Gregori, cantata da Fabrizio De André in “Volume 8”. Sul fronte musicale si può dire che arrangiare un po’ di più i brani non sarebbe stata una cattiva idea… In sostanza, disco imprescindibile per gli amanti del combat-folk (non sono un fan del genere). Per gli altri, un motivo di curiosità (sempre da benedire).

MILES DAVIS, Dig – Miles Davis featuring Sonny Rollins (1951)

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New York, 5 ottobre del 1951. Si ritrovano in sala di registrazione Miles Davis (tromba) e alcuni compagni di scorribande, non solo sonore: Sonny Rollins (sassofono tenore), Jackie McLean (sassofono contralto), qui al suo debutto su disco, Walter Bishop (pianoforte), Tommy Potter (contrabbasso) e Art Blakey (batteria).

Siamo negli anni della dipendenza da eroina di Miles e certi titoli (Blueing, Out Of The Blue) non possono essere certo casuali.

Nel cd sono state aggiunte al disco originario Conception e My Old Flame, originariamente apparse nell’album Conception, al fine di presentare quella session di registrazione nella sua interezza.

Se prendete questo disco, potete sentire cosa hanno suonato quei sei, quel giorno lì di tanto tempo fa…

LEONARD COHEN, Death Of A Ladies’ Man (1977)

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Una delle più grandi catastrofi discografiche di tutti i tempi.

Cohen sente l’esigenza di ampliare il proprio pubblico e pensa bene di affidarsi alle cure di Phil Spector, produttore ultra titolato, inventore del cosiddetto “wall of sound”, il muro di suono ottenuto con montagne di strumenti registrati in studio.

Un disastro.

La voce del cantautore si perde in arrangiamenti che dire bulimici è dire poco. Peraltro Spector tiene nel missaggio le “voci-guida” (servono solo come riferimento per i musicisti in studio) fatte da Cohen, e non gli permette di registrare la vocals definitive.

Aperta parentesi: spesso le tracce vocali dei dischi di Lucio Battisti sono proprio le voci-guida. Se sentiva che andavano bene, giustamente le teneva (ma, almeno, sceglieva lui). Consiglio agli artisti in studio: le voci guida fatele comunque bene. Troverete, prima o poi, il produttore che vi dirà che vanno bene così. Chiusa parentesi.

Torniamo al disco. Spector, al suo solito, se ne gira in studio con una pistola carica e in una occasione, un po’ su di giri, la punta alla testa del povero Leonard, grilletto alzato…

Altra aperta parentesi: attualmente Spector è in carcere per aver sparato ad un’attrice, uccidendola; ma questa è un’altra storia… Chiusa parentesi.

A parte l’anedottica, il disco è veramente indigesto, se non a tratti insopportabile.

L’errore nell’accoppiata artista/produttore porta a risultati terribili. Non mancano esempi, illustri, anche recenti: Rick Rubin (detto niente…) “licenziato” dagli U2 in corso di produzione di No Line On The Horizon.

Non conta la grandezza dei nomi in gioco, i risultati possono essere, comunque, deludenti. In musica, 1+1 non fa quasi mai 2; alle volte, se l’alchimia è quella giusta, fa 3; alle volte, se l’alchimia è quella sbagliata, 0.

P.S. Il titolo del disco tempo fa mi ispirò alcune canzoni. Se ne stanno, buone buone, nel cassetto; ma anche questa è un’altra, lunga, storia…

SAMUELA SCHILIRO’, Non sono (2012)

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“GRAZIE A VOI CHE ASCOLTERETE QUESTO DISCO. CHE LO SO CHE COMPRARLO DI QUESTI TEMPI E’ UN PO’ TROPPO…”.

Così si legge tra i ringraziamenti nel booklet del cd d’esordio di Samuela Schilirò, e il caso vuole che abbia trovato il disco alla Fnac e l’abbia acquistato (l’album è distribuito dalla EMI, quindi dovrebbe essere facilmente reperibile).

11 tracce affrontate con piglio rock-pop e performate con convinzione. Testi oscillanti fra angst e sensualità.

Produce, con sonorità asciutte e soluzioni intriganti, Daniele Grasso.

Da ascoltare, perché la curiosità è un’attitudine da preservare e rinforzare.

SKIANTOS, MONO tono (1978)

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Fare gli intelligenti sembrando scemi o fare gli scemi sembrando intelligenti? Il dubbio rimarrà.

Certe rime sono comunque da incorniciare.

Considerato che all’epoca si registrava in analogico, per cui tanti “ritocchini” in studio non erano possibili, c’è da dire che questi qui suonavano neanche male.

Oggi per me in macchina, vista la giornata, era l’ascolto giusto da fare

LEONARD COHEN, New Skin For The Old Ceremony (1974)

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Forse meno riuscito rispetto ai dischi precedenti.

Alcune soluzioni di arrangiamento lasciano un po’ perplessi, altre sono molto indovinate (Why Don’t You Try, A Singer Must Die).

La canzone più illustre, non occorre dirlo, è Chelsea Hotel, la cui storia è fin troppo nota per essere qui ricordata.

Cohen, col senno di poi, ha dichiarato che avrebbe fatto meglio a lasciarla nel cassetto, ma sarebbe stata certamente una perdita per tutti noi.