ENRICO RUGGERI, Pezzi di vita (2015)

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Almeno una volta all’anno devo prendere un album pubblicato per una major di un artista noto, per vedere come si lavora in quell’ambito.

Questo è un disco doppio. Il cd 1 presenta dieci nuove canzoni, il cd 2  quattordici successi risuonati (forse, nelle intenzioni di “marketing”, dovrebbero fungere da volano per l’acquisto del disco: si sa che il pubblico, la stragrande maggioranza, non è particolarmente affamato di canzoni nuove…).

Ora Ruggeri è uno che scrive molto bene i testi – a tratti splendidamente – e che con le sette note ci sa fare. Perché allora presentare i suoi pezzi, nuovi o vecchi non importa, con arrangiamenti pop-rock, che poi alla fine non sono nè pop nè tantomeno rock, con synth, loop, contro loop e chitarre distorte (nelle intenzioni vorrebbero “fare tanto rock” e non lo fanno affatto) che alla fine le canzoni, più che esaltarle, le mortificano?

Un consiglio (non richiesto, ma ce l’ho qua): ascoltare qualche autore emergente nell’ambito della “canzone d’autore”. Oppure – perché no? – qualcosa che viene dal cosiddetto “indie”. Magari, chessò, mescolare i due mondi. Battere nuove strade, ché le solite possono andare bene solo per gli irriducibili fan di vecchia data.

 

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