RUBEN, Da qui non si vedono le stelle (2008)

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Il primo disco interamente prodotto da me, dove io sono per la prima volta “io”. Adottai anche una nuova grafica, che stilisticamente ho conservato, per smarcarmi ulteriormente dai lavori precedenti.

Riporto qui alcune delle numerose recensioni ricevute. Ma – mi sia concessa una nota personale – voglio ricordare soprattutto mio padre, che mi disse: “Mi piace il titolo”. Credo l’unico complimento che abbia mai ricevuto dal mio vecchio per la mia attività artistica e, forse, quello a cui sono legato maggiormente.

 

Dopo un paio di lavori che esponevano il lato intimo e da formale cantautore, ecco finalmente il volto meno malinconico dell’artista veneto. Nonostante il titolo chiami in causa tratteggi poetici, che comunque non mancano, l’approccio stilistico appare sin dalla solida apertura con “Mario” – con quel drumming incavolato e “Storie di fango”, basso e chitarra che duettano – più suonato e meno pensato. Ruben ha smesso i panni del giullare del cuore, per scoprire l’aspetto più rock del suo essere musicista, un passaggio elettrificato, che non altera gli equilibri della sua personalità artistica, ma infonde nuovi colori e ci permette di denudarne nuove prospettive. E affascina sentire la voce che graffia in “Gringo” (autoelogio o autoironia?), con un’irruenza che non ti aspetti, ma che coinvolge. Un rock tricolore, padano verrebbe da dire, visti i tempi, che incalza e brucia storie di provincia o visioni più “alte”, se pensiamo a “Sotto lo stesso cielo (Lettera da Kabul)”, cantata in duetto con la brava Veronica Marchi. Una successione di rime, che ne limita l’espressione lirica, non permette a “Cosa ha in testa la gente” di affondare la lama fino in fondo, cosa che avviene in “La collina degli stivali”, filastrocca che rievoca il primo Angelo Branduardi. E quanti di voi riconoscono il vicino di casa in giacca e cravatta e 24 ore al seguito, protagonista di “Noto Brambilla”? Un bell’organo Hammond e ancora la voce della Marchi splendono nella delicata chiusura di “In luce”, ricamata con dolce pianoforte: una bella ballata, forse il pezzo migliore sin qui scritto da Ruben, cantore di una provincia dove tutto cambia, ma tutto resta uguale (www.rubenrock.com).
(IL MUCCHIO, Gianni Della Cioppa)

Un disco incentrato sull’oscurità, uno dei migliori cd “made in Verona” del 2008, a opera di un cantautore che ha raggiunto un proprio stile. Da qui non si vedono le stelle è il terzo disco di Ruben (all’anagrafe di Legnago: Pierfrancesco Coppolella), in concerto stasera alle 18 al bar Thomas di Cerea, accompagnato da Carmelo Leotta (già contrabbassista di Eugenio Finardi e Massimo Bubola) e dal chitarrista “Dirty” Lorenz.
“Il mio è un disco incentrato sul tema dell’oscurità”, ci spiega Ruben, “perché ho la sensazione di vivere in un periodo molto cupo. Dopo aver composto due dischi (Biondo accelerato con canzoni d’amore, e La musa elettrica che rifletteva puramente la voglia di suonare), ho cominciato a scrivere interessandomi sempre meno al mondo interiore e sempre più al mondo intorno. Non scrivo canzoni intimiste, anche perché ho la sensazione che nel nostro intimo non celiamo poi chissà quali tesori da scoprire. Sono attratto dal rumore della strada (si sente nel pezzo d’apertura del disco, Mario), dalla realtà del quotidiano, dagli aspetti meno elevati di noi uomini. Anche perché mi sembra di avvertire nelle persone un senso generale di stanchezza, morale ed intellettuale. E per parlare di ciò che è oscuro – ciò che non riusciamo a vedere nitidamente – mi sono servito di alcuni personaggi, solo per descriverli, senza avere mai la pretesa di giudicarli. Quando penso a me come autore di canzoni, mi immagino come una telecamera: ciò che inquadro lo scelgo io; a parte questa scelta, voglio solo mostrare ciò che esiste. Tocca a chi ascolta farsi un’idea di quello che racconto”.
A chiudere l’album malinconico e crudo, una canzone sulla luce. “Amo i paradossi e ho scelto di concludere un disco sull’oscurità con In luce. Non me la sentivo di lasciare chi mi ascolta con una nota negativa. Questa è una minuscola luce di consapevolezza, che filtra nel buio, nel dolore. E con quella vado avanti”.
(L’ARENA, Giulio Brusati)

Il cantautore Ruben presenterà con un recital acustico – questa sera (alle 21) nel giardino della Biblioteca Fioroni a Legnago – brani del suo ultimo album Da qui non si vedono le stelle in dialogo con lo scrittore Riccardo Frattini che presenterà il suo romanzo Spy Stories.
Ruben (che con il suo vero cognome Pierfrancesco Coppolella aveva firmato, un po’ di anni fa, le liriche scritte per l’unico album in italiano del bluesman Rudy Rotta, So di blues) è cantautore, diremmo, nella più canonica concezione del termine, comprensiva della classicità che da Fabrizio De André porta a Leonard Cohen e Massimo Bubola, con qualche occhio puntato anche dalle parti di Ligabue e Vasco Rossi.
Da qui non si vedono le stelle, prodotto dallo stesso Ruben e uscito per La Matricula, è il terzo suo album dopo Biondo accelerato del 1999 e La musa elettrica del 2004. Senza venir meno alla sua poetica del quotidiano che caratterizzava anche le prove precedenti, la nuova raccolta mostra un’ulteriore crescita espressiva nella unitarietà contenutistica delle canzoni (espressive di un habitat materiale, mentale e comportamentale da cui non si possono vedere le stelle) e, all’opposto, da una maggiore eterogeneità stilistica rispetto al passato. Merito anche, crediamo, del positivo confronto collaborativo che negli ultimi anni Ruben ha intensificato, per vari progetti collettivi, con i giovani colleghi tra i quali Veronica Marchi, John Mario, Fabio Fiocco.
I primi due sono presenti con le loro voci in alcuni brani di Da qui non si vedono le stelle, e proprio il pezzo conclusivo del lavoro, un duetto con la Marchi intitolato In luce, ne risulta il più suggestivo e sorprendente tassello, con inediti echi da ballata ipnotica tra morbida psichedelia westcoastiana e addirittura certi Velvet Underground.
( L’ARENA, Beppe Montresor)

Poco più di un mese fa Ruben mi sottopose all’attenzione questo suo nuovo disco, dal titolo “Da qui non si vedono le stelle”, che parafrasa, come precisa lo stesso Ruben nella presentazione del suo lavoro, l’ultimo verso dell’inferno di Dante.

E’ decisamente un album rock ed a tratti anche molto duro e tirato mentre il sottoscritto, se dovesse rifarsi in termini musicali al dilemma di Celentano tra lento o rock, è decisamente lento.

Per cui ero titubante nell’affrontare l’ascolto di questo disco, ma a posteriori devo ammettere che Ruben è riuscito nell’intento di farsi decisamente apprezzare non solo per le sonorità delle sue canzoni, ma anche per i testi tutt’altro che superficiali.

Si parte con una sano e robusto rock, è “Mario” in cui si narra di una doppia vita, quella appunto di Mario, uno dei tanti che “vive al sesto piano / dentro un blocco di cemento”, ma che la notte fa la vita da travestito su un marciapiede “le calze attillate / le macchine accodate / Il passo un po’ incerto / la borsetta in spalla / testa vuota che crolla”.

Ancora un rock teso e duro e quattro personaggi, due donne Sandra e Mary, due uomini Goghi ed Hugo per “Storie di fango”, sono loro i protagonisti di un’orgia, vissuta durante una vacanza per riempire il vuoto che è in loro “Storie di fango altro che in tre! / Storie di fango intorno a te / Prendi il tuo tempo guardati in giro / Storie di fango Per sentirsi vivo”.

Ancora un rock elettrico, ma un po’ più classico dei precedenti per “Gringo”, protagonista è questa volta un giovane che a scuola è un poco di buono, direi decisamente un perdente, in grado però di trasformarsi con la sua chitarra in un vincente.

Dopo un ‘intermezzo di sole chitarre elettriche e distorsioni, si arriva ad una delle canzoni più belle del disco “Sotto lo stesso cielo (Lettera da Kabul)”, in cui le chitarre si fanno più distese, entra in gioco anche la bellissima voce di Veronica Marchi per una canzone dedicata ad una di quelle donne che sono costrette a vivere senza la libertà e senza identità a Kabul “Non ho amore e ho trent’anni / ho visto cose indicibili / non si può amare, no se ci sente invisibili”.

E’ il momento quindi di una tregua, uno stupendo pezzo lento dal titolo “Cosa ha in testa la gente”, una chitarra dal suono avvolgente ci conduce alla ricerca ciò che passa nella testa della gente, quando certi fatti sembrano davvero inspiegabili e decisamente amara è la conclusione “Cosa ha in testa la gente in questa corsa affannante? / Cosa ha nel cuore la gente sempre più distante?”

“Noto Brambilla” è un uomo qualunque, dall’esistenza grigia, ha un nome comune banale, in fondo potremmo essere un po’ tutti Noto Brambilla, qualcuno magari solo per pochi istanti, qualche altro più a lungo, tutti possiamo essere passati per “Quanto in oggetto indicato cosa dire più non ha / Cosa ha dimenticato? / Più irritante batte già il pendolo del tempo che suono non ha”.

Rock and roll e nostalgia troviamo in “Trent’anni fa”, “Trent’anni fa / Noi di qua e voi di là / Trent’anni fa c’era più serietà! Trent’anni fa”, Ruben non si ritrova proprio nei giovani d’oggi, “Se il niente è nella testa / il niente è poi nel cuore / il niente è quel che resta / se tutto è confusione”.

“La collina degli stivali” è una poetica ballata ispirata a “booth hill” (la collina degli stivali), il nome di un cimitero di Dodge City (Arizona) dove i cowboy venivano sepolti con gli stivali sotto la testa come cuscino, una riflessione sull’incapacità di vivere “Per quanto rinvii le tue scelte e gli anni vanno avanti ti lasci indietro solo niente e noia / Quante occasioni già sprecate le foto già sbiadite e sempre ferma sta la vita tua”.

Siamo alla fine, dopo tanto buio, dopo sconforto e delusione, uno spiraglio di luce si fa avanti con la dolcezza e la delicatezza di “In luce”, un duetto tra Ruben ed ancora Veronica Marchi, per una poetica canzone, minimalista ma intensa spirituale “Ogni sera Ti ho pregato – giorni hai passato cercandoti invano / Ogni sera ti ho pregato – in quelle ore del tutto smarrito”.

Forse non tutto è tenebre in questo mondo o forse lo è solo in questo mondo…
(WWW.BIELLE.ORG, Fabio Antonelli)

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