LUCIO BATTISTI, Il nostro caro angelo (1973)

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“La collina dei ciliegi”, che apre l’album, inizia esattamente dove finiva “Il mio canto libero”. Provate a sentire una canzone dopo l’altra. Come dire: riprendiamo il discorso, ma in modo diverso.

Battisti abbandona le ampie orchestrazioni che avevano caratterizzato il lavoro precedente. Suona con un gruppo di musicisti ristretto: lui alla chitarra elettrica, batteria, basso e tastiere elettroniche a sostituire gli archi. Sentite cosa combina col wah wah in “Ma è un canto brasileiro”, o in altre tracce del disco: uno spettacolo. Per dire, l’assolo minimale su “Questo inferno rosa”: oggi suonano così, lui suonava così nel ’73, era avanti di qualche decade…

In un’intervista aveva dichiarato che avrebbe potuto fare un disco con l’orchestra della Scala, come dire “sempre più in alto”, ma sentiva di doversi spingere in altre direzioni. Non ha mai avuto paura di cambiare strada lui, ed è anche per questo motivo che ci ha lasciato un’opera complessiva unica, difficilmente superabile sul piano musicale.

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