LUCIO BATTISTI, Umanamente uomo: il sogno. (1972)

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Basta solo quel colpo di cassa della batteria, in quella sala così riverberata. Lì c’è già l’emozione. Immagino cosa hanno provato gli ascoltatori in quel lontano ’72 sentendo poi partire il coro finale di “E penso a te”. E, prima, quegli strani accordi su “cercando…”…

“I giardini di marzo” ha un arrangiamento perfetto. Gli archi di Reverberi, meravigliosi.

“Umanamente uomo: il sogno.”, la title track, dimostra che a Lucio non serviva neppure un testo per fare una canzone. Mormorava qualcosa ed era già a posto così.

La sua voce, a tratti fragile, ha il dono raro di porgere le parole all’ascoltatore. Appartiene alla schiera di quelli che, se anche cantano l’elenco telefonico, come si dice, ti emozionano ugualmente.

“Il fuoco”, in odor di psichedelia. Lucio con chitarra e wah wah. Basta e avanza. Lui era uno che poteva fare musica anche tamburellando con le dita su un tavolo. E’ una dote che, paradossalmente, non tutti quelli che suonano posseggono. Si chiama “musicalità”.

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