DEEP PURPLE, Burn (1974)

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L’assassino torna sempre sul luogo del delitto. E così anche i Deep Purple per questo loro disco del 1974 (registrato nel novembre del 1973) tornano nella svizzera Montreaux, luogo di creazione del celeberrimo e monumentale Machine Head, il disco che li ha consegnati alla storia. Alla voce David Coverdale, che si districa per bene sul registro medio basso, mentre sul registro alto imperversa l’ugola del bassista Glenn Hughes.

Burn in apertura è un brano semplicemente perfetto: riff memorabile, tiro della batteria da paura, scorci classicheggianti nei solo di chitarra e organo.

Inutile dire che quando Blackmore ha lasciato i Deep Purple mi sono totalmente disinteressato delle sorti del gruppo.

Se ho in mano una chitarra elettrica (una Strato…) per più di mezz’ora… è facile che allora inizi a suonare il riff di Mistreated. La amo.

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2 pensieri su “DEEP PURPLE, Burn (1974)

  1. Da sempre ho avuto tre album preferiti dei Deep Purple… perchè è uno dei pochissimi gruppi per i quali (secondo il sottoscritto) risulta praticamente impossibile dire “il mio album preferito è…” La mia passione per lo storico quintetto (mai idolatrato a livello di fanatismo) fa cadere la preferenza su tutti per “In Rock”, “Burn” e “Come Taste The Band”. “Burn” appunto. L’album della rivalsa su un periodo (il post “Made In Japan”) che aveva portato non poche ombre in seno alla band, problemi di ego (e dove non ci sono?) che si erano pesantemente ripercossi sulla qualità dell’ultima incisione in studio della MK II, quell’insipido e mediocre “Who Do We Think We Are”, che da sempre mi fa l’effetto di una minestrina raffreddata.
    Ma “Burn” fu certo un’altra musica. Innanzitutto, le voci divennero due, da una parte quella scura e dalla timbrica blueseggiante di David Coverdale e dall’altra quella acuta e per certi aspetti più in linea con il predecessore Gillan di Glenn Hughes. A dir la verità, Hughes doveva essere l’unico sostituto di Ian Gillan e con la voce che si ritrovava (un autentico dono della natura più unico che raro) non avrebbe fatto rimpiangere per nulla Gillan (anzi, mi permetto di aggiungere e non me ne vogliano gli irriducibili di quella che per antonomasia viene riconosciuta come la vera voce dei Deep), ma poi decisioni manageriali fecero maturare la scelta di non snaturare l’immagine della band che da sempre aveva contemplato una formazione a cinque e si cercò così un frontman vero e proprio, trovandolo in un giovane Coverdale dalla voce all’epoca troppo acerba e ancora ben lungi dal divenire quell’incanto che si rivelerà poi nell’incarnazione del Serpente Bianco (almeno fino a metà anni ottanta). Probabilmente l’innesto dell’accoppiata Coverdale, Hughes e del loro contributo, portò nuove energie creativo/ispirative alle sinapsi dei musicisti storici, fatto stà che l’album che ne è scaturito è una bomba.
    La title track è solo la miccia che dà fuoco alle polveri, un brano irresistibile, trainante, che dal vivo risulta travolgente, con gli acuti di Hughes che solcano il firmamento. E a seguire è un concentrato pirotecnico di mega classici della MK III, uno più riuscito e perfetto dell’altro, da “You Fool No One”, a “Mistreated”, a “Might Just Take Your Life” a “Lay Down Stay Down” fino alla conclusione con l’atipico strumentale “A 200”.
    Che dire, in tante, tantissime occasioni ho riascoltato con più trasporto quest’album che altri mega classici ritenuti dai conservatori più intransigenti l’apice inarrivabile ed insuperabile del Profondo Porpora. Sarà perchè il loro Hard che si tinge di blues mi conquistò da subito in modo irreparabile, sarà perchè Glenn Hughes è da sempre (forse) il mio vocalist preferito in assoluto, sarà perchè una fiammata così dai Deep Purple, dopo vette veramente ardite (per l’Hard Rock tutto, non solo per loro) come “In Rock” e “Machine Head” nessuno o sicuramente in pochi se l’aspettavano, fatto stà che “Burn” a mio parere illuminò senz’altro a giorno il firmamento rock in quei primi mesi del 1974.

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