FRANCESCO GUCCINI, Radici (1972)

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Ora che il cognome è sulla copertina, tutto è al suo posto. Ci ha messo quattro dischi per sfornare il suo lavoro più blasonato (che adoro, ma non è quello che preferisco); il tempo giusto se, come diceva Micocci, discografico che la sapeva lunga, un cantautore ha bisogno di fare quattro album per arrivare a maturazione.
”Incontro” è talmente bella che mi dimentico, riascoltandola, che il disegno della batteria è del tutto incongruo rispetto al brano. “Canzone della bambina portoghese” ha quel qualcosa che non si può dire, qualcosa di impalpabile…

Avevo – anzi ce l’ho ancora, semidistrutto – un quaderno a quadretti (si usavano, allora) con i testi di parecchi brani di cantautori, vergati di pugno da mia sorella e da una sua amica, in diligente stampatello. Cantando con gli occhi puntati su quel quaderno, ho imparato qualcosa di quei cantautori, fra cui Guccini, e mi soprende constatare che ricordo ancora quasi la metà (già un record…) delle strofe della “Locomotiva”, e parecchie della “Canzone dei dodici mesi”, che cito ogni tanto su Facebook per il gusto di fracassare i cosiddetti agli amici.

Sapevo già che stasera, riascoltando a distanza di anni “Piccola città”, sarei scoppiato a piangere come una fontana, cosa puntualmente verificatasi. Non avevo dubbi. Ognuno ha la sua piccola città con cui fare i conti.

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2 pensieri su “FRANCESCO GUCCINI, Radici (1972)

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