BOB DYLAN, Tempest (2012)

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E’ uscito il suo nuovo lavoro.

Gli esegeti sono già all’opera, si cerca di collocare il disco nella produzione complessiva dell’Autore, ed effettivamente anch’io mi ritrovo a pormi qualche domanda: per esempio, quanto abbia in comune questo disco con i precedenti “Love And Theft”, Modern Times e Together Through Life, tutti caratterizzati sul piano strettamente musicale dal minimo – o dal massimo? – comun denominatore della nostalgia; o non è questo Tempest, forse, più in linea con Time Out Of Mind, l’ultimo grande disco del Nostro, quello indicato dai tanti come un capolavoro quando ormai non c’era forse più da aspettarselo? Domande che mi sono posto anch’io, e la risposta non l’ho ancora trovata. Ché, come si sa, non sempre la si trova. L’Autore, poi, ha detto una volta che la risposta soffia nel vento: non è proprio facile afferrarla…

Vale la pena, allora, volgere altrove lo sguardo, magari su alcuni dettagli strettamente musicali. Meraviglia la ballatona che dà il titolo all’album, per la sua durata certo, ma soprattutto per quella melodia che hai sentito forse un milione di volte tanto è radicata nella tradizione musicale anglo-americana, eppure giureresti che è la prima volta che l’ascolti.

Sorprende Pay In Blood, con i suoi poderosi stacchi di accordi maggiori, manco fosse un brano pop/rock e il Nostro si divertisse a fare il giovincello.

Tin Angel ci conferma che si può fare una canzone anche con un solo accordo, altro che i classici tre dichiarati dal rock and roll!

E possiamo anche aggiungere che il ritornello di Roll On John (dedicata a John Lennon), per la sua essenzialità – note e parole scelte con la massima cura – è un capolavoro a sè. Questo è un Compositore, signori, ed è bene ricordarselo! Sa quello che serve all’economia di una canzone, e ci mette solo quello. Una lezione preziosa come poche.

Bello quel Tempest vergato sulla copertina. Qui c’è anche l’eleganza della grafica, l’attenta scelta dei colori, la volontà di essere in sintonia col discorso musicale dell’album.

A proposito, sono alcuni dischi che Old Bob non mette una sua effige in copertina. Eh, il tempo passa per tutti. Se non ci rende migliori, come invece dice lui, di certo ci rende più accorti.

Ora però aspettiamo il secondo e il terzo volume delle “Cronache”, la sua autobiografia. E, magari, qualche altro volume delle Bootleg Series (ce ne sarebbe di roba da pubblicare…). E poi… un altro nuovo disco? E perché? Cos’altro dovremmo chiedergli? Con questo avrebbe chiuso degnamente il discorso. Da chi ha dato tanto – tantissimo, come lui – non ha senso esigere di più. D’altronde “La tempesta” è anche l’ultima opera del noto bardo di Stratford-upon-Avon, è forse l’analogia non è casuale.

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3 pensieri su “BOB DYLAN, Tempest (2012)

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