NEIL YOUNG, Praire Wind (2005)

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Rispetto ad altri album più noti sulla falsariga – il Neil “acustico” -, questo mi risulta un po’ privo di mordente. Sarà anche il tono elegiaco dei brani, legati dal filo della memoria e dei ricordi. Comunque, al solito, suoni che accarezzano le orecchie e sembrano – come in realtà sono – di altro pianeta. Un mondo lontano, l’America, che noi del Vecchio Continente facciamo un po’ fatica a comprendere appieno.

Nota tecnica: formidabile l’impatto dell’accoppiata cassa-basso. Ecco, in un disco italiano cose di questo tipo difficilmente le potete sentire, qui è tutta un’altra cultura del sound.

CD non imperdibile per i neofiti.

Gli adepti al culto younghiano – occorre dirlo? – ce l’hanno già.

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